L’industria della carne disinforma proprio come quelle del tabacco e del petrolio


Martina Scalini

L’industria della carne, seguendo le orme di quella del tabacco e dei combustibili fossili, sta adottando tattiche di disinformazione per minimizzare il proprio impatto sulla crisi climatica in atto.

L’inchiesta di DeSmog, in una ricerca durata cinque mesi, ha messo in luce come l’industria della carne stia facendo di tutto per presentarsi come sostenibile.

L’industria della carne diffonde informazioni di parte

Per realizzare questo obiettivo l’industria utilizza tecniche di disinformazione, manipolazioni delle informazioni e di lobby. Ecco qualche esempio:

  • sminuisce l’impatto devastante degli allevamenti sull’ambiente e la loro responsabilità nel contribuire alla crisi climatica
  • diffonde disinformazione sull’efficacia delle alternative alla carne (basti pensare a quello che hanno fatto in Italia con la carne coltivata)
  • promuove i benefici per la salute della carne
  • esagera il potenziale delle innovazioni agricole per ridurre l’impatto ecologico della produzione di carne

Questa tendenza preoccupa, soprattutto perché l’industria della carne è secondo la FAO responsabile di circa il 14% delle emissioni globali di gas serra — anche se forse sono riusciti a influenzare anche questo dato, adesso vi spieghiamo come e perché.

Lobby e censure dei dati scientifici

In un’altra inchiesta del Guardian circa 20 ex funzionari della FAO hanno denunciato in forma anonima di essere stati censurati e sabotati per più di un decennio dopo aver scritto dell’impatto dannoso degli allevamenti intensivi.

Nel 2006 la FAO ha pubblicato il report “Livestock’s Long Shadow“, un rapporto storico che ha incluso la prima valutazione del costo ecologico del settore della carne e dei latticini, attribuendo il 18% delle emissioni globali di gas serra agli allevamenti — principalmente di bovini.

Da quel momento i lobbisti hanno iniziato a lavorare con i vertici della FAO, ottenendo una grande influenza nelle pubblicazioni e nelle ricerche. Gli studi sul legame tra allevamenti e crisi climatica venivano dissuasi, soppressi e riscritti. Anche i fondi verso queste analisi venivano scoraggiati.

Questo, secondo diverse fonti, potrebbe spiegare anche perché la stima del 18% pubblicata nel 2006 è stata rivista al ribasso, arrivando fino al’11,2%.

Molti altri studi infatti parlano di dati molto più preoccupanti: le emissioni di gas serra derivanti dai prodotti animali rappresenterebbero una cifra compresa tra il 16,5% e il 28,1%.

La manipolazione dell’informazioni nei media

L’industria della carne cerca di presentarsi come un’alleata della nuova ecologia, nonostante la crescente pressione pubblica per un’azione climatica consapevole. Attraverso campagne di comunicazione mirate, l‘industria tenta di convincere cittadine e cittadini che la produzione di carne sia compatibile con un futuro sostenibile, nonostante le critiche e le evidenze scientifiche contrarie.

Studi di ricercatori dell’Università di Oxford, di Stanford, e della SUNY hanno rilevato che i media in USA e Regno Unito raramente collegano il consumo di alimenti di origine animale alla crisi climatica, enfatizzando piuttosto l’importanza delle scelte individuali.

Questa enfasi sulla responsabilità personale distoglie l’attenzione dalla responsabilità delle grandi aziende della carne, che continuano a espandere la loro produzione. Nonostante le scelte individuali siano importanti, la produzione di carne è quadruplicata negli ultimi sessant’anni, con le aziende che promuovono i loro prodotti come “sostenibili”, nonostante l’enorme impatto ambientale.

L’industria della carne adotta tattiche comunicative mirate per distorcere la realtà. Queste includono l’omissione di informazioni importanti, come l’impatto dell’uso del suolo e del cambio d’uso del suolo nelle emissioni di gas serra, e la promozione della carne come soluzione alla fame nel mondo.

Queste azioni ricordano quelle delle industrie del tabacco e dei combustibili fossili, che hanno a lungo negato o minimizzato i rischi dei loro prodotti. A confermare questa ipotesi riportiamo quanto successo alla COP28. Sempre un’inchiesta del Guardian ha infatti mostrato come grandi aziende di carne come JBS e gruppi di lobby hanno intenzione di presentare a questo vertice la carne come un alimento sostenibile. Hanno in programma di partecipare attivamente alla conferenza promuovendo un messaggio a favore degli allevamenti. La loro presenza è davvero preoccupante perché potrebbero influenzare le politiche climatiche e ostacolare i progressi necessari per un vero cambiamento verso un sistema alimentare più sostenibile.

È importante aprire gli occhi

Le similitudini tra l’industria della carne e quelle del tabacco o dei combustibili fossili si manifestano non solo nella negazione dei rischi, ma anche nella strategia di spostare la responsabilità sui consumatori individuali, come evidenziato in studi e rapporti. L’industria della carne, proprio come quella fossile, utilizza le sue risorse finanziarie per influenzare la ricerca scientifica, le politiche pubbliche e l’opinione pubblica, mantenendo così i suoi interessi economici a discapito dell’ambiente e della salute pubblica.

È fondamentale saper riconoscere — e contrastare — queste tattiche di disinformazione, focalizzandosi non solo sulle scelte individuali, ma anche ponendo al centro le responsabilità delle grandi industrie nel combattere la crisi climatica.