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Peste suina africana: le immagini shock della nuova inchiesta di Report


Chiara Caprio
Responsabile relazioni istituzionali

Ieri sera su Report è andato in onda un lungo servizio sugli allevamenti di maiali in Cina, sulla presenza ancora pervasiva dei wet market e sulla situazione della peste suina africana in Lombardia.

Nel programma d’inchiesta Report è andato in un onda un importante servizio della giornalista Giulia Innocenzi che, passando dalla Cina all’Italia, ha portato alla luce preoccupanti verità che riguardano gli allevamenti e la produzione di carne.

I wet market: un rischio per la salute globale

La puntata si apre in Cina, più precisamente in quei luoghi che, dopo la pandemia mondiale di Covid-19, abbiamo imparato a conoscere bene: i wet market — i mercati umidi.

© Report

In questi mercati, purtroppo ancora molto diffusi in Cina, continuano a essere venduti e macellati sul posto animali selvatici come tartarughe e serpenti, ma anche anatre, polli e addirittura cani e gatti (destinati al consumo e non come animali domestici).

La macellazione e la presenza di tutte queste specie diverse, che in condizioni naturali non si incontrerebbero mai, è un rischio per la salute pubblica. Questi fattori, insieme alle condizioni poco igieniche — dove il sangue degli animali macellati viene anche calpestato dalle persone — aumenta la possibilità che i virus facciano salti di specie, e arrivino potenzialmente a contagiare gli esseri umani.

All’interno di un grattacielo di maiali in Cina

L’inchiesta riesce anche a farci entrare all’interno di uno dei maxi-allevamento intensivi di maiali sempre in Cina, dove gli animali vengono cresciuti in veri e propri grattacieli. Questi hanno l’obiettivo di soddisfare la domanda cinese di carne di maiale, che secondo le stime è destinata a crescere sempre di più nei prossimi anni.

Dall’esterno sembrano normali edifici residenziali, ma quello del servizio è un palazzo di 26 piani dove, secondo le stime, in un solo anno verranno allevati oltre 1 milione di maiali. In ogni piano sono presenti scrofe in gabbia e suinetti in recinti destinati all’ingrasso.

Per ottimizzare la produzione questi allevamenti hanno tantissimi punti di controllo e una sala centrale che gestisce tutto nei minimi dettagli: umidità, temperatura, alimentazione. Una vera distopia.

Durante l’inchiesta è emerso che anche la Spagna e altri Paesi dell’UE sono stati in contatto con il gestore di questi allevamento grattacielo, perché interessati a questa tipologia di struttura.

La presenza di così tanti animali in un solo grattacielo è però una bomba a orologeria in termini di virus e batteri. Un agente infettivo può avere una sua evoluzione velocissima in un ambiente come questo, che potrebbe essere devastante sia per gli animali allevati che potenzialmente anche per noi.

Ma anche in Italia abbiamo gravi problemi nel settore degli allevamenti di maiali: ed è della peste suina africana nel nostro Paese che il servizio mostra alcune immagini shock.

Peste suina africana: maltrattamenti gravissimi per gli animali

La peste suina africana ha portato fin’ora all’uccisione preventiva di circa 40 mila maiali negli allevamenti, solo in Lombardia. Il servizio, attraverso le immagini dell’associazione Last Chance for Animals Europe, ha portato alla luce gravi maltrattamenti in alcuni allevamenti durante le operazioni di abbattimento.

Violenze degli operatori, che prendono a calci gratuitamente le scrofe e che lanciano come oggetti i suinetti. Ancora più preoccupante è il fatto che in uno di questi allevamenti non è stata utilizzata la CO2 come metodo di abbattimento, bensì l’elettrocuzione. I maiali vengono cioè uccisi attraverso l’uso di grosse pinze le cui estremità, dotate di elettrodi, vengono posizionate sulle tempie dell’animale rilasciando una forte scarica elettrica.

© Report

Questa è una tecnica sconsigliata per l’abbattimento di così tanti animali. Inoltre le operazioni vengono fatte in modo inadeguato, causando ulteriore sofferenze ai maiali.

Questi sono maltrattamenti crudeli, ed è ancora più assurdo che questo sia avvenuto con la presenza dell’ATS: com’è possibile che un veterinario non abbia detto nulla, quando dalle immagini del servizio alcune alcuni operatori sollevassero perplessità?

Anche il nostro team investigativo, non appena erano iniziati gli abbattimenti nel pavese, aveva documentato con un drone le operazioni di abbattimento in un allevamento intensivo. E oltre alla crudeltà sugli animali, abbiamo mostrato le varie lacune di biosicurezza.

Dobbiamo cambiare

Mentre si parla di ristori per questi allevamenti, noi chiediamo una riflessione circa gli eventuali soldi pubblici che dovrebbero arrivare all’allevamento in oggetto non solo dell’indagine di Report, ma anche delle nostre immagini.

© Report

È necessario che gli allevamenti mettano in gioco le risorse per mettere in sicurezza le struttura ma non solo. La gestione dei soldi pubblici non può infatti prescindere dalla grande responsabilità nei confronti dell’intera collettività, che non può vedere soldi di tutti i cittadini investiti in attività che commettono violazioni, illegalità e che mettono a rischio la sicurezza di tutti. 

Dobbiamo infine riflettere seriamente sul nostro sistema alimentare basato sul consumo di carne: gli allevamenti intensivi non solo causano sofferenza agli animali, ma sono una minaccia alla salute pubblica perché luoghi ideali per la diffusione di malattie ed epidemie.