Abbiamo portato le camere di Presadiretta negli allevamenti intensivi

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Abbiamo portato le camere di Presadiretta negli allevamenti intensivi


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Simone Montuschi
Presidente

La puntata di Presadiretta, andata in onda lunedì 2 ottobre su Raitre, attraverso anche le nostre immagini ha aperto uno squarcio a tratti inquietante sulla produzione di cibo in Italia, ma ha anche fornito alcune soluzioni per un possibile cambio di passo. 

Il Made in Italy — tematica che sta a cuore all’attuale Governo spinta da iniziative e attività di lobby di Coldiretti, il vero deus ex machina di molte delle iniziative del Ministero dell’Agricoltura — non ne esce bene in questa puntata e i punti da cui partire sono molti.

Basti pensare al voto che il Senato ha fatto per censurare i prodotti vegetali e vietare la carne coltivata, una possibile alternativa all’allevamento intensivo, più sostenibile e che non richiede lo sfruttamento di animali.

Presadiretta e il vero volto del Made in Italy

Nel programma di Riccardo Iacona vengono mostrate le attività di contrasto da parte proprio di Coldiretti contro il grano canadese, per poi scoprire però che il nuovo grande partner di Coldiretti stessi (e quindi Cremonini) è la multinazionale del fast food McDonald’s, la cui carne 100% italiana deriva dalle cosiddette “vacche a terra”. Si tratta di mucche usate per la produzione di latte che non hanno mai visto il pascolo, giunte a fine ciclo, spesso così stremate da non riuscire nemmeno a reggersi in piedi, magre e dalle mammelle invece enormi. Dopo una vita di sfruttamento sono spedite al macello Inalca di Cremonini per venire macellate e produrre carne di bassissima qualità destinata appunto ai fast food. 

Le telecamere di Presadiretta con noi negli allevamenti

Ma le mucche non sono gli unici animali abusati e sfruttati in una filiera che ancora deve fare moltissimi passi avanti in termini di sostenibilità e benessere animale. Abbiamo portato le telecamere di Presadiretta in alcuni allevamenti intensivi di polli e maiali, per mostrare la realtà che si nasconde in questi luoghi.


Nel servizio Francesco Ceccarelli, il nostro responsabile investigazioni, ha accompagnato la giornalista all’interno di un allevamento intensivo di polli. Quello che è stato mostrato è ciò che denunciamo da anni e rappresenta lo standard di questi luoghi: migliaia di animali che vivono in condizioni di sovraffollamento, animali morti prematuramente e polli che non riescono più a muoversi a causa della rapida crescita del petto.

Siamo stati anche in un allevamento intensivo di maiali, per mostrare le condizioni in cui vivono oltre 500 mila scrofe negli allevamenti. Questi animali vengono rinchiusi durante la gestazione e il parto in strutture così piccole da impedire loro qualsiasi movimento, dove non possono neanche girarsi.

Presadiretta

La vita in gabbia causa molto stress e soprattutto ferite, come abbiamo mostrato. Il loro destino negli allevamenti intensivi è fatto di inseminazioni artificiali e continui cicli di gravidanza.

Nella puntata si è parlato anche della peste suina africana, partendo proprio da quello che è successo al santuario Cuori Liberi. Abbiamo mostrato le falle di biosicurezza trovate in un allevamento colpito da questa malattia e di cui avevamo documentato l’abbattimento di tutti i maiali.

L’impatto ambientale degli allevamenti

A questo si accompagnano le denunce dei cittadini che abitano vicino agli allevamenti nella provincia di Mantova e Modena, residenti costretti a convivere con le emissioni di ammoniaca che non solo guastano la qualità dell’aria e spandono odori nauseabondi, ma che stanno anche causando loro veri e propri problemi di salute. 

È questo il Made in Italy che vogliamo? O forse questo è più quella omologazione industriale al ribasso, dove si perde qualunque rapporto umano-animale-terra che la stessa Coldiretti dice di voler combattere?

È possibile fare diversamente

Eppure gli strumenti ci sono, perché lo stesso Ministero dell’Agricoltura ha ideato una certificazione SQNBA che dovrebbe permettere di apporre un sigillo di benessere animale in grado di garantire standard animali e ambientali più elevati di quelli previsti dalla legge. Ma di questo processo non si sono ancora visti i frutti.

I tre disciplinari condivisi ormai mesi fa con tutti gli stakeholder non sono ancora stati approvati, mentre le consultazioni previste per legge non sono ancora state convocate. 

Il sistema di etichettatura nazionale, che attualmente opera in deroga e che garantirà comunque i fondi pubblici agli allevamenti anche senza la richiesta di apportare reali migliorie in termini di antibiotico-resistenza e benessere animale, potrebbe essere uno strumento prezioso per garantire che gli allevamenti con scrofe e vitelli in gabbia vengano accompagnati con fondi della PAC a metodi di allevamento completamente cage free, così come richiedono cittadine e cittadini, che chiedono indicazioni chiare anche relative al metodo con cui vengono allevati gli animali. 

Sarebbe un uso responsabile dei fondi pubblici, che va nella direzione One Health indicata sia dalle Nazioni Unite che dall’Unione europea e che ci permetterebbe non solo di garantire standard migliori di benessere animale ma anche maggiori controlli e standard più elevati di allevamento in generale, per una tutela del vero e reale Made in Italy. 


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