Abbiamo provato a difenderli, ma li hanno uccisi: vi racconto cosa è successo

© Saverio Nichetti e Martina Miccichè

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Brenda Ferretti
Campaigns manager

Uccisi tutti i 9 maiali al rifugio Cuori Liberi. Vi racconto come è andata perché con altri membri di Essere Animali noi eravamo lì a subire il violento sgombero della polizia.

Crosta, Crusca, Pumba, Dorothy, Mercoledì, Bartolomeo, Ursula, Carolina e Spino: i 9 maiali del rifugio Cuori Liberi sono stati uccisi dai veterinari dell’ATS, dopo che la polizia ha sgomberato il santuario con manganelli, calci e pugni contro noi manifestanti pacifici.

Peste suina africana nel rifugio Cuori Liberi: come siamo arrivati a questo

A settembre la peste suina africana (PSA) — una grave malattia che colpisce maiali e cinghiali, ma non l’essere umano — si è diffusa velocemente negli allevamenti della provincia del pavese. Con lo scopo di contenere la malattia, sono stati ben 30 mila i maiali abbattuti tra atroci sofferenze negli allevamenti lombardi, come abbiamo documentato con una nostra indagine.

Quando un focolaio è arrivato anche nel santuario gestito dall’Associazione Progetto Cuori Liberi di Sairano, le autorità hanno emesso un’ordinanza di abbattimento. Ben presto attiviste e attivisti si sono mobilitati ed è nato un presidio alle porte del rifugio per difendere i maiali da questa ingiusta condanna.

© Saverio Nichetti e Martina Miccichè

Il presidio, che è andato avanti per 14 giorni, aveva lo scopo da un lato di accudire e accompagnare con tutte le cure veterinarie possibili i maiali malati, dall’altro di impedire che venissero abbattuti preventivamente gli animali, tra cui anche quelli sani.

Manganellate e violenze della polizia: lo sgombero del rifugio Cuori Liberi

Tra le 6 e le 7 della mattina del 20 settembre decine di camionette della polizia hanno circondato il rifugio. Le autorità, in tenuta antisommossa, hanno dichiarato esplicitamente che le persone sarebbero state tutte portate in Questura e che sarebbero entrati con la forza e qualunque mezzo per uccidere gli animali.

E così è stato.

© Saverio Nichetti e Martina Miccichè

Con violenza si sono fatti strada nella catena umana davanti al cancello, per poi farlo distruggere dai vigili del fuoco con l’ausilio di flessibili. Per superare la nostra resistenza passiva e nonviolenta hanno strattonato, manganellato, preso a calci e anche a pugni.

Alcune persone sono rimaste ferite durante le cariche ed è stato necessario l’intervento del 118, che ha portato alcune di noi al Pronto Soccorso in ambulanza.

I maiali sono alla fine stati uccisi.

Ignari di tutto quello che stava accadendo, fino a poco prima di morire scodinzolavano, aspettando la loro colazione. Ma le persone che avevano davanti non erano i soliti volontari. Erano veterinari ATS senza cuore, arrivati lì per ucciderli. Noi ce l’abbiamo messa tutta, abbiamo usato i nostri corpi per provare a fermarli, ma non ce l’abbiamo fatta.

Mentre ci tenevano a distanza abbiamo potuto filmare questo momento drammatico grazie a un drone e a delle telecamere che avevamo piazzato il giorno precedente.

È un gravissimo precedente per i rifugi

Le richieste e le proposte di valutare soluzioni non cruente sono state tutte ignorate, in sfregio anche della decisione del TAR che ha fissato per il 5 di ottobre l’udienza per esaminare la posizione dell’ATS e quella del rifugio stesso.

Ciò che è successo è di una gravità indescrivibile. I rifugi nascono come luoghi di pace, dove tutti gli animali vivono liberi e lontani da ogni violenza. Sono a casa, accuditi come qualsiasi altro cane e gatto. Aver portato qui la violenza di polizia e carabinieri contro attiviste e attivisti e la morte per i maiali è un’ingiustizia incredibile.

© Saverio Nichetti e Martina Miccichè

Si tratta anche di una gravissima violazione della biosicurezza: alcuni agenti erano senza calzari protettivi e sono entrati in contatto con i maiali, con il terreno in cui vivono e le loro feci senza prendere i dovuti provvedimenti. In questo modo ieri è aumentata notevolmente la probabilità di diffusione del virus. Tutto il contrario rispetto alla grande attenzione alla biosicurezza messa in atto ogni giorno da parte dei volontari del rifugio.

Infine è una mancanza di rispetto per i processi democratici e per la società civile, che ha espresso con tutti i mezzi legali e pacifici il proprio dissenso e le proprie richieste e che si è vista invece attaccare con violenza e senza razionalità da parte di polizia e ATS.

Per tutte queste ingiustizie ci stiamo coordinando insieme ad associazioni e rifugi non solo per sporgere denunce e intentare azioni legali, ma anche per portare il tema in Parlamento, nei consigli comunali e regionali, e arrivare infine anche sui tavoli del Ministero.

Il problema sono gli allevamenti intensivi

L’uccisione dei 10 maiali è riconducibile alla necessità di tutelare gli interessi degli allevamenti intensivi e dei loro guadagni.

Quando la PSA è entrata negli allevamenti della Lombardia, in cui vivono oltre il 50% di tutti i maiali allevati nel nostro Paese, la filiera ha iniziato subito a voler tamponare le perdite, contenere il virus con abbattimenti ed evitare che venissero bloccate le esportazioni.

Le autorità non hanno fatto nessuna differenza tra i maiali degli allevamenti intensivi, destinati alla filiera alimentare, e quelli dei santuari, che non fanno parte dell’industria zootecnica, che vivono accuditi e che non avrebbe portato il virus in nessun altro allevamento, perché da qui non sarebbero mai usciti.

Sono stati uccisi per proteggere delle strutture che causano sofferenza agli animali e che sono una minaccia alla salute pubblica — perché sono i luoghi ideali per la diffusione di malattie ed epidemie.


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