Benessere animale e settore suinicolo: mancano gli impegni su gabbie e trasparenza


Elisa Bianco
Responsabile corporate engagement

Con il progetto Aziende sotto osservazione abbiamo valutato le comunicazioni sul benessere animale di otto aziende che producono salumi, tra cui anche prodotti DOP. Grandi assenti dalle comunicazioni pubbliche gli impegni a eliminare le gabbie per le scrofe e forti perplessità anche sugli schemi di certificazione impiegati.

Abbiamo presentato da poco il progetto Aziende sotto osservazione, con cui sono state valutate le comunicazioni pubbliche di otto aziende italiane produttrici di salumi — tra cui anche prodotti DOP come il Prosciutto di Parma — per analizzare come viene affrontato il benessere di scrofe e suini allevati per la produzione di carne.

Undici i criteri alla base della valutazione, pensata per fornire a consumatori e consumatrici uno strumento semplice con cui poter conoscere l’impegno di ciascuna azienda a eliminare le principali problematiche di benessere animale dalle proprie filiere: dall’utilizzo di gabbie per le scrofe durante gravidanza e allattamento al ricorso a mutilazioni dolorose come il taglio della coda, dalla riduzione del consumo di antibiotici all’utilizzo di certificazioni significative e trasparenti.

Solo una si impegna a migliorare il benessere degli animali

Delle otto aziende analizzate, solo una, Fumagalli Industria Alimentari, ha una politica pubblica in cui affronta tutte le undici priorità in tema di scrofe e suini, impegnandosi a garantire alle scrofe un futuro senza gabbie, l’assenza di mutilazioni come il taglio della coda e dei denti e la presenza di una lettiera in paglia su cui grufolare e riposare. Tra le altre sette* aziende analizzate, purtroppo, i risultati della valutazione sembrano indicare che manchino ancora impegni concreti ad affrontare le criticità, con ben due aziende (Casa Modena e Fiorani) che sembrano non avere assunto nessun impegno significativo.

L’utilizzo delle gabbie per le scrofe

Uno dei punti principali analizzati dal progetto è proprio l’allevamento in gabbia delle scrofe, che per legge possono essere confinate per quasi metà della loro vita: una condizione in cui sono costrette quasi 500 mila scrofe nel nostro Paese. Anche un recente sondaggio condotto da YouGov per noi ha evidenziato come questo sistema di allevamento sia considerato inaccettabile dagli italiani, con quasi il 75% di persone che si dichiara contrario, in tutti i prodotti o almeno in quelli DOP, dopo aver visto immagini di scrofe in gabbia.

Eppure, a parte Fumagalli nessuna delle altre aziende analizzate ha un impegno pubblico ad abbandonare le gabbie per le scrofe, neanche per parte della loro filiera. Un aspetto che potrebbe fortemente confondere i consumatori, dato che tra queste, ben cinque (Citterio, Fiorani, Fratelli Beretta, Levoni, Rovagnati) incentrano una parte importante della loro comunicazione sottolineando l’importanza per il benessere animale, nonostante, appunto, l’assenza di impegni ad abbandonare le gabbie.

© Essere Animali

Le mutilazioni e gli arricchimenti ambientali

Anche in tema di taglio della coda e arricchimenti ambientali, due requisiti che sono in realtà obblighi di legge, il quadro non appare troppo positivo. La metà delle aziende analizzate, infatti, non ha un obiettivo pubblico a eliminare il taglio della coda e, delle restanti quattro, solo una ha un impegno che copre tutti i propri allevamenti, mentre per le altre tre l’impegno copre solo una delle loro linee di prodotto. Oltre a essere illegale se effettuato in maniera sistematica, il taglio della coda è una pratica dolorosa per gli animali, che si rende necessaria quando l’ambiente in cui sono allevati è inadeguato a soddisfare le loro esigenze, a partire dall’espressione di comportamenti naturali come grufolare.

Certificazioni per gli standard migliorativi

Un altro elemento particolarmente critico è quello delle certificazioni impiegate dalle aziende per verificare gli standard di allevamento. Con l’eccezione di Casa Modena che non ha nessuna informazione a proposito, le aziende analizzate ricorrono infatti a certificazioni esterne per garantire gli standard di benessere animale cui fanno riferimento nelle loro comunicazioni.

Tuttavia, dei cinque enti di certificazione che lavorano con queste aziende, solo KIWA ha messo a disposizione il proprio standard per valutare con trasparenza i criteri analizzati, mentre CSQA, DNV, DQA e SGS non hanno fornito nessuna risposta. Oltre a non permettere di osservare cosa sia effettivamente contenuto nei loro standard in tema di benessere dei suini, la mancanza di trasparenza mostrata da queste certificazioni fornisce anche un segnale preoccupante su quale sia il livello di informazione cui possono effettivamente avere accesso i consumatori.

Ancora tanti gli interrogativi

Inserito all’interno della nostra campagna SOS Pig, Aziende sotto osservazione è uno strumento semplice con cui valutare due temi ritenuti fondamentali per lo sviluppo sostenibile delle filiere alimentari: benessere animale e trasparenza. Eppure i dati che emergono destano interrogativi preoccupanti che speriamo aziende e certificatori si impegnino ad affrontare quanto prima: qual è il reale impegno per il benessere animale se si continuano ad allevare scrofe in gabbia? Quale garanzia possono offrire enti di certificazione che non rendono disponibili i loro standard?

*Le aziende coinvolte dal progetto di analisi sono: Casa Modena, Citterio, Fiorani, Fratelli Beretta, Fumagalli, Levoni, Negroni e Rovagnati