Siccità e zootecnia: le parole dell’esperto

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Siccità e zootecnia: le parole dell’esperto


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Maria Mancuso
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Abbiamo contattato Carlo Modonesi, membro del Comitato scientifico di ISDE Italia (Medici per l’Ambiente) e della IUCN Commission on Education and Communication (CEC), per parlare in maniera approfondita del legame tra siccità, zootecnia e salute pubblica.

L’industria zootecnica, compresa l’agricoltura intensiva di foraggere, ha un ruolo importante nella grave crisi idrica che sta colpendo l’Italia negli ultimi anni, in particolare quella settentrionale: l’allevamento intensivo è un settore fortemente idrovoro ma allo stesso tempo una delle industrie che più patisce a causa della siccità.

Si pensi alle colture di mais che per il 70% sono destinate all’allevamento e che per ogni tonnellata di prodotto necessitano oltre 100 mila litri d’acqua: secondo Coldiretti la siccità «ha un impatto devastante sulle produzioni nazionali che fanno segnare [nel 2022, ndr] cali del 45% per il mais e i foraggi che servono all’alimentazione degli animali». Approfondiamo il tema con Carlo Modonesi di ISDE Italia.

Dottor Modonesi, l’allevamento di animali gioca un ruolo chiave nella grave crisi idrica nel Nord Italia, aggravata dalla crisi eco-climatica di cui siccità e alluvioni sono due facce della stessa medaglia. Secondo lei bisogna agire sul settore zootecnico e se sì, che cosa si può fare? 

Certo che si deve agire, ma si deve agire con idee e strumenti chiari ed efficaci. L’impatto ambientale delle coltivazioni destinate a diventare mangimi e quindi all’allevamento intensivo rappresenta un vecchio dilemma ambientale e sociale che non ha mai ricevuto l’attenzione dovuta. In altre parole, questa vicenda non è mai stata affrontata seriamente, non solo in Italia, ma in tutti i Paesi europei che, a causa delle inadempienze e delle omissioni della PAC (?) Politica agricola comune La Politica Agricola Comune dell’Unione Europea (PAC) è un insieme di leggi adottate per offrire una politica unificata comune in materia di agricoltura. I suoi obiettivi sono: fornire alimenti sicuri, a prezzi accessibili e di elevata qualità ai cittadini dell’UE; garantire un tenore di vita equo agli agricoltori; tutelare le risorse naturali e rispettare l’ambiente. , hanno mantenuto in vita sistemi agricoli insostenibili pagando lauti sussidi alle imprese dell’agroindustria,  inclusa quella zootecnica ovviamente. 

In sostanza, l’intenzione di cercare una soluzione chiara e definitiva al problema generato dai giganteschi consumi idrici dell’agricoltura intensiva — e quindi anche quella destinata alla produzione di mangimi — non è mai maturata in seno alla Commissione Europea. La spiegazione di ciò è semplicissima e dipende dalle scelte dissennate stabilite dall’attuale modello socioeconomico, che l’Europea persegue da sempre e le cui ripercussioni negative vengono sistematicamente addebitate ai cittadini dei Paesi membri

La logica con cui si opera in vari ambiti delle politiche pubbliche europee è elementare e impone che l’interesse economico di pochi debba prevalere sempre e ovunque sull’interesse della collettività, ossia sul buon senso. Non c’è bisogno di essere degli animalisti appassionati o degli scienziati di prima linea per capire che un utilizzo eccessivo della risorsa idrica per assecondare le richieste della zootecnia industriale è un abuso bello e buono di un bene naturale che appartiene a tutti. 

Non c’è bisogno di essere degli animalisti per capire che un utilizzo eccessivo della risorsa idrica per assecondare le richieste della zootecnia industriale è un abuso.

Quali sono le azioni più immediate che secondo lei devono essere messe in campo per gestire al meglio la siccità? 

Qui la risposta segue necessariamente un doppio binario. È del tutto evidente che, da un lato, la siccità è la conseguenza dolosa degli abusi umani (agricoltura intensiva e zootecnia), mentre, dall’altro, è l’esito di fenomeni naturali (eventi meteorologici). Entrambi i fattori, inoltre, sono in stretta relazione con la crisi climatica, che a sua volta è in gran parte attribuibile alle attività dell’uomo (emissioni di gas serra). Ciò premesso, però, bisogna distinguere tra fenomeni che si verificano su scale spaziali/temporali diverse. La crisi climatica (grande scala) andrebbe affrontata con una seria azione politica di lungo periodo, basata su accordi multilaterali vincolanti volti a una riduzione drastica delle emissioni serra a livello globale, nonché alla messa in opera di contromisure volte alla mitigazione e all’adattamento. Il punto è che nel frattempo, la crisi idrica è “qui e adesso”, quindi non ci permette di guardare soltanto alla grande scala, perché se aspettiamo troppo a lungo si rischia che al disastro dovuto alla siccità dello scorso anno si sommi un nuovo disastro (piccola scala). 

La siccità dello scorso anno in Italia ha prodotto danni ecologici che ancora oggi non sono stati ben inquadrati, i cui effetti probabilmente verranno amplificati dall’imminente ondata di siccità preannunciata dai climatologi. La siccità non va monitorata e combattuta soltanto per le sue ricadute rovinose sul paesaggio, sull’agricoltura e sull’economia, ma anche per le conseguenze drammatiche che produce quando si trasforma in un fattore limitante e persistente in grado di inibire o depotenziare le funzioni degli ambienti naturali, a danno della miriade di microrganismi e macrorganismi che vi risiedono. 

Fenomeni degenerativi di questo tipo richiedono di intervenire con misure rapide ed efficaci, per evitare di destabilizzare l’ecosistema per troppo tempo compromettendo quella che, in condizioni di buona salute, è la sua principale proprietà: la resilienza. Ora, è chiaro che adottando una logica di piccola scala (che al momento è quella che ci interessa maggiormente), la lotta alla siccità non può essere demandata unicamente a tecnologie dannose e costose, come la costruzione di nuovi invasi di grandi dimensioni, le cui pesanti controindicazioni ambientali sono arcinote

Tenendo conto delle considerazioni riportate sopra, allo stato delle cose il buon senso suggerisce che, data l’emergenza alle porte, si faccia ricorso a tutto ciò che può garantire un utilizzo accorto dell’acqua basato anzitutto su risparmio e razionamento in ogni settore in cui l’acqua gioca un ruolo importante. Tra le priorità del momento si deve assolutamente fare molta attenzione anche alle necessità degli ecosistemi, senza penalizzare eccessivamente altri usi (i.e. l’agricoltura). Nelle situazioni di emergenza, del resto, bisogna saper dosare pro e contro, prendendo decisioni rapide anche quando queste non sono perfette.

Restando su questo piano, allora, anche l’utilizzo di piccoli bacini idrici prodotti senza uso di cemento in siti territoriali e paesaggistici idonei può dare un contributo sostanziale in termini di “autosufficienza” idrica. Una simile azione deve infine dare il giusto peso al fatto che si sta operando in una condizione “a valle” del problema e non “a monte”, a causa dell’incapacità delle istituzioni pubbliche e delle agenzie competenti di prevenire danni che potevano essere previsti già da molto tempo, anziché affrontarli in una fase ex-post senza strumenti adeguati. 

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Che cosa rischiamo se non agiamo, anche in termini di salute pubblica? 

Rischiamo molto. L’acqua è fondamentale sia per la nostra esistenza sia per l’esistenza di tutti gli esseri viventi, dai microrganismi alle piante agli animali. Senza acqua, tutti gli organismi sono destinati a morire di fame e di sete. Eppure la cattiva gestione delle risorse idriche, le catastrofi ambientali e i conflitti per l’accesso all’acqua hanno determinato una situazione globale estremamente pericolosa che non viene adeguatamente riconosciuta e valutata dalle grandi istituzioni globali. La scarsità di acqua dovuta alla siccità, sommata a un insufficiente accesso ad acqua sicura anche laddove la risorsa è disponibile, getta un’ombra inquietante sul destino di popolazioni che sperimentano già da tempo condizioni di vita disumane

Questi limiti inimmaginabili per chi vive nel mondo “ricco”, in realtà costituiscono piaghe che riguardano l’umanità intera, non solamente le popolazioni che ne sono afflitte. Le previsioni per il presente e per il futuro delineano un quadro a tinte fosche, vale a dire un mondo che è molto lontano dal garantire la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e dei servizi igienico-sanitari a tutti gli abitanti del Pianeta. 

Basti pensare che, nel 2015, solo il 70% delle persone presenti sul Pianeta aveva accesso ad acqua potabile gestita in sicurezza, e solo il 74% nel 2020: insomma, un’inezia in grado di spegnere rapidamente la speranza che da quel 74% si potesse arrivare, un passo alla volta, al 100% o quasi. Ma tale traguardo si sta dimostrando sempre più difficile da raggiungere, a causa dei cambiamenti climatici e delle altre criticità richiamate sopra. 

A ciò si deve aggiungere che il mancato accesso globale alle risorse idriche causerebbe danni diffusi a carico della salute umana e della sicurezza globale. La posta in gioco non potrebbe essere più alta. La scarsa disponibilità di acqua, nonché di acqua pulita, è già un’emergenza in molte aree della Terra. Un quarto della popolazione mondiale sta sperimentando situazioni di stress idrico elevato, a causa dei colossali consumi idrici dell’industria e dell’agricoltura, che nel complesso utilizzano ogni anno oltre l’80% dell’acqua disponibile

Un quarto della popolazione mondiale sta sperimentando situazioni di stress idrico elevato, a causa dei colossali consumi idrici dell’industria e dell’agricoltura.

La scarsità della risorsa, dunque, rappresenta anche una questione di iniquità e di ingiustizia ambientale, in quanto colpisce le famiglie con i redditi più bassi, anche nei Paesi a reddito alto. Alcuni studi evidenziano che l’accesso all’acqua potabile può trasformarsi anche in un problema “di genere”, perché l’onere di procurare acqua potabile in famiglia o nei gruppi sociali ricade principalmente sulle donne. 

Il carico di malattia correlato allo scarso accesso ad acqua e a servizi igienici sicuri è notevole e ostacola lo sviluppo sociale ed economico. All’interno di una società, il miglioramento della condizione degli individui, in termini di salute, autosufficienza economica, istruzione, alimentazione, relazioni sociali, capacità di determinare il proprio futuro, ecc.ecc., è impossibile senza un’adeguata gestione dell’acqua. 

L’igiene necessaria per un buon controllo delle infezioni, compresa una buona prevenzione delle pandemie e delle malattie cronico/degenerative, si basa sull’approvvigionamento di acqua pulita e sull’accesso a servizi igienico-sanitari adeguati. Un recente rapporto dell’OMS evidenzia come un miliardo di persone senza accesso a servizi igienici adeguati possa costituire un rischio significativo di vedere emergere (o riemergere) epidemie di colera e di altre infezioni pericolose. Come a dire: un ambiente sano è il primo requisito di una popolazione sana.

È necessario rivedere la nostra alimentazione per tutelare e salvaguardare gli animali e per mettere al sicuro la salute globale. Scopri come farlo al meglio!

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