Cosa ci insegnano le storie degli animali che scappano dagli allevamenti

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Cosa ci insegnano le storie degli animali che scappano dagli allevamenti


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Lorenzo Bertolesi
Digital copywriter

Animali che riescono a scappare dai macelli, dagli allevamenti e dai camion che li trasportano, ma anche individui che ogni giorno provano a opporsi alla loro condizione. Gli episodi di animali nell’industria alimentare che si ribellano hanno molto da insegnarci.

La salvezza grazie alla fuga: quando la resistenza ti salva la vita

Dopo la sorprendente fuga da un allevamento, una scrofa si è nascosta per giorni in un bosco per partorire e mettere in salvo i suoi 10 cuccioli. Siamo in Inghilterra, nella contea del Nottinghamshire. La storia di Mafalda – chiamata così solo in seguito – è però diventata presto virale, tanto da essere raccontata dalla Bbc. La sua forza di volontà, scappata per accudire i propri cuccioli, è riuscita a fare breccia nel cuore di molte persone, che iniziano una mobilitazione collettiva – con tanto di raccolta firme.

Gli allevatori proprietari della scrofa, che erano intervenuti per recuperare tutti gli animali e riportarli nell’allevamento – i cuccioli sarebbero entrati nel circolo della produzione di carne, quindi macellati a pochi mesi, mentre lei sarebbe tornata a subire cicli di inseminazioni e fare un parto dopo l’altro. Alla fine la mobilitazione convince gli allevatori a liberare la mamma con i suoi cuccioli e ora vivono liberi e al sicuro in un santuario.

Una storia molto simile è quella di Stewie, un giovane vitello di soli 4 mesi. Ha sfruttato la distrazione del trasportatore per scappare e provare a mettersi in salvo. Moltissime persone lo hanno filmato tra le strade di Brooklyn, incredule di vedere un vitello aggirarsi per New York City. Impaurito e sperduto, è stato recuperato e riportato al macello.

Ancora una volta, la viralità dei video ha portato molte persone a chiedere di salvare la vita dell’animale: i proprietari hanno così acconsentito a cedere Stewie a un santuario. La sua fuga, di fatto, gli ha salvato la vita.

Non solo lieto fine: catture e abbattimenti

Non sempre però i tentativi di fuga e ribellione si concludono con un lieto fine – anzi. Qualche mese fa una mucca in provincia di Treviso, a Farra di Soligo, è riuscita a sfondare la recinzione che la teneva chiusa in un macello ed è scappata. Dopo una mobilitazione da parte delle forze dell’ordine – nell’articolo si parla di vera e propria task force – il Sindaco ha allertato la cittadinanza, chiedendo aiuto per catturarla.

Definita addirittura “pericolosa”, la mucca si era nascosta in una zona paludosa lontano dalle persone, ma purtroppo non c’è stato niente da fare: una volta catturata, è stata riportata al macello e, anche se l’articolo non lo cita espressamente, immaginiamo la sua fine.

Un dispiegamento di forze e risorse non indifferenti ha riguardato anche la fuga di due tori a Bressanone, provincia di Bolzano. I due animali sono fuggiti in prima serata dal macello, e un’altra task force è stata attivata per la cattura. Se uno è stato subito trovato, per il secondo è stato necessario l’uso di droni e una termocamera. Purtroppo il toro è stato abbattuto sul posto:“si è mostrato aggressivo, è stato necessario sparargli”.

Se la fucilazione sembra essere una soluzione spesso intrapresa, come conferma un’altra fuga di un vitello nella provincia di Ancona, capita spesso che gli animali in fuga finiscano vittime di incidenti di vario tipo. A causa della paura e della confusione, si possono incastrare in fiumi o altre zone pericolose, oppure finire vittime di incedenti stradali: sempre una mucca, scappata probabilmente da un allevamento nel torinese, è stata investita e uccisa sul colpo da una macchina della polizia.

Cosa ci insegnano queste storie?


È interessante vedere come questi eventi riescano a fare notizia – raramente infatti i media parlano apertamente di animali negli allevamenti, se non per qualche inchiesta. Come mai?

Una prima risposta è che si tratta di storie di ribellione contro un’ingiustizia: l’animale che scappa diventa un eroe o un’eroina, che preferisce correre verso l’ignoto per sfuggire a un destino terribile. Lottano contro le avversità per salvare la loro vita o quella dei loro figli. Peccato, che le “avversità” contro cui si ribellano siamo noi e i trattamenti che stiamo riservando loro – cosa che viene omessa leggendo i tanti articoli di cronaca dedicati a questi episodi.


C’è un’altra ragione che rende queste storie importanti: grazie alla fuga, molte persone riconoscono in quello specifico animale che scappa un individuo, capace di provare emozioni e che vuole vivere. L’animale che si ribella riesce a uscire dall’anonimato dei milioni di animali dimenticati negli allevamenti, come se la loro fuga rompesse il meccanismo di negazione in cui viviamo.

Dopo tanti anni di indagini, noi sappiamo che queste forme di ribellione non sono solo queste eclatanti. Gli animali negli allevamenti provano, a loro modo, a opporsi alle violenze e ai maltrattamenti ogni giorno. Questo può succedere quando una mucca si impunta e non vuole essere mandata in mungitura; oppure quando un suinetto si agita mentre un operatore vuole limargli i denti; o quando un coniglio riesce a uscire dalla suo gabbia.

Tutte queste forme di rivolta sono una prova semplice, ma allo stesso evidente di una cosa: che gli animali non vogliono vivere nei allevamenti.


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