La storia di com’è nato l’allevamento intensivo di polli

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La storia di com’è nato l’allevamento intensivo di polli


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Francesco Ceccarelli
Responsabile investigazioni

L’allevamento intensivo è nato esattamente cento anni fa proprio con l’allevamento di polli. In questo articolo ricostruiamo la sua storia riprendendo la prima uscita della mia newsletter Animal Farm News.

La produzione di pollo esplode in America nei Roaring Twenties, quei ruggenti anni ‘20 di boom economico in cui gli americani, usciti ricchi dalla prima guerra mondiale, possono permettersi di mangiare più carne. Gli avanzamenti tecnologici nel campo della refrigerazione e dei trasporti, la nascita delle prime catene di supermercati e i cospicui finanziamenti al comparto agricolo contribuiscono ad aumentare la produzione e di conseguenza i consumi di carne.

La pietra fondativa della produzione intensiva di pollo è la messa in commercio nel 1923 dell’incubatrice elettrica, una sorta di forno che mantenendo una temperatura vicino ai 40 gradi fa schiudere le uova. In questo modo gli allevatori si liberano dall’incombenza di perdere quel periodo produttivo nel quale la gallina cova le uova invece di deporne delle altre. Diventa così possibile esternalizzare questo compito a una macchina e quindi aumentare la produzione. Migliaia di incubatoi iniziano così a spedire i pulcini appena nati per posta.

Ho provato a cercare il nome dell’incubatoio che esattamente 100 anni fa, nel febbraio del 1923, consegna a una casalinga del Delaware 500 pulcini invece dei 50 che aveva ordinato per il suo pollaio, ma non l’ho trovato. Alla storia è arrivato solo il nome di Celia Steele, colei che “per sbaglio” inventa gli allevamenti intensivi. La signora Steele non restituisce i pulcini. Decide di rinchiuderli in un capanno di 25 m2 riscaldato da una stufa a carbone e li alimenta con mangime addizionato di vitamina D.

L’importanza della vitamina D

Secondo Emelyn Rude, autrice di Tastes Like Chicken: A History of America’s Favorite Bird (Pegasus Books, 2016), la vitamina D, scoperta nel 1922, contribuisce a risolvere il problema del rachitismo, una malattia che colpisce i polli tenuti al chiuso durante i mesi invernali e causata proprio dalla carenza di vitamina D per mancata esposizione alla luce solare. Iniziando a fortificare il mangime con questa vitamina, gli allevatori sono in grado di aumentare il numero di animali e allevarli tutto l’anno.

Dopo 4 mesi, i polli di Steele sono pronti per essere macellati: dei 500 animali iniziali ne muoiono oltre 100, un numero comunque sufficiente per permetterle di farci un sacco di soldi e da spingere il marito, David Wilmer Steele, a lasciare il lavoro nella Guardia Costiera. Nel giro di tre anni i due arrivarono ad allevare 10 mila polli, 250 mila nel 1935. La notizia del successo della famiglia Steele si diffonde e nel 1928 centinaia di agricoltori iniziano ad allevare polli per la carne — prima di Steele i polli venivano allevati solo per produrre uova e poi macellati una volta che la produzione calava.

Siamo all’alba della crisi del ‘29, quando il futuro Presidente degli Stati Uniti Herbert Hoover, ottimista di fronte alla crescita economica e all’espandersi dell’industria avicola, promette ai cittadini americani un pollo in ogni pentola”. Non andò così. La grande depressione economica prima e la Seconda Guerra Mondiale poi rallentano la crescita dell’allevamento di polli.

La sfida per dare vita al pollo di domani 

Nel 1925 in America ci sono più di 6 milioni di aziende agricole che, oltre a coltivare ortaggi, allevano quasi tutte del pollame. Oggi, gli oltre 9 miliardi di polli a stelle e strisce vengono allevati in sole 164 mila aziende.

Nel 1945, un concorso chiamato “The Chicken of Tomorrow”, organizzato dall’USDA (Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti) con l’appoggio della catena di supermercati A&P e con il sostegno di tutte le principali associazioni di categoria, lancia una sfida per creare «un pollo abbastanza grosso da sfamare tutta la famiglia, con un petto così spesso da poterlo tagliare in bistecche e cosce con ossa piccole e carne succosa, il tutto a un costo inferiore, anziché superiore». 

La premiazione del contest “Chicken of Tomorrow”.
© Digital Public Library of America.

L’iscrizione è aperta a tutti e c’è tempo un anno per “ideare” e allevare un pollo che possieda i requisiti descritti nel bando di gara. Nel caso riescano a superare il controllo qualità, i partecipanti dovranno poi dimostrare che la loro razza sia riproducibile, allevando per tre anni un numero sufficiente di esemplari per un tot numero di generazioni. I criteri con cui i polli vengono valutati sono 18.

È il 24 giugno 1948 e su un palco addobbato con le carcasse di pollo dei 40 finalisti, viene premiato Charles Vantress, un allevatore della California che ha creato un ibrido dalle piume rosse. I suoi uccelli sono talmente produttivi che già nei primi anni Cinquanta quasi il 70% dei polli da carne sul mercato americano possiede la loro genetica

Il ruolo delle grandi aziende

La rapida diffusione di questi “polli di domani” causa l’estinzione di molte razze che nel corso degli anni si erano adattate al territorio. Non sono solo gli animali a essere stati trasformati, ma l’intera struttura produttiva. E così la genetica di questi polli — che nel frattempo vengono ribattezzati broiler (letteralmente cucinare alla griglia, un nome un programma) — inizia a viaggiare per il mondo, accompagnata da sistemi più intensivi per allevarli.

Dopo 70 anni, eccoci qua con 73 miliardi di polli macellati ogni anno nel mondo, le cui principali genetiche appartengono a due multinazionali, la Cobb-Vantress (il nome vi ricorda qualcuno?) e la Aviagen. Come scrive il giornalista Dan Saladino: «Se le razze più antiche avevano un materiale genetico open-source formatosi nell’arco di migliaia di anni, gli uccelli giunti a dominare la produzione di pollame sono protetti da proprietà intellettuale». L’allevatore oggi è un suddito delle aziende che gli vendono i pulcini: sono loro che forniscono mangimi, danno assistenza veterinaria e sempre loro decidono quanto pagare i polli una volta cresciuti. Ormai il potere contrattuale degli allevatori è vicino allo zero.

E i polli, dopo 100 anni, come sono diventati?

Qualche anno fa, abbiamo installato una telecamera nascosta in un allevamento nel cesenate, dove i polli erano a fine ciclo e a breve sarebbero stati macellati. A un certo punto entra nell’inquadratura un’operatrice che sta per iniziare il giro dei morti” per togliere le carcasse degli animali morti durante la notte. Come potete vedere nel video la donna incomincia a parlare con gli animali e ci offre, a mio avviso, la migliore descrizione delle condizioni dei polli negli allevamenti intensivi: “più morti, che vivi”. La selezione genetica ha fortemente debilitato il corpo di questi uccelli, rendendo la loro esistenza una sorta di catalessi continua.

Generalmente i polli vengono mandati al macello quando hanno 30-35 giorni (una mosca ne vive 28): in questo breve lasso di tempo raggiungono il peso di 2 kg, in pratica dei bodybuilder con lo scheletro di un bambino. Questa rapida crescita crea loro grossi problemi di salute, di cui anche l’EFSA ha parlato in un report. 

Le nostre campagne sono piene di polli e ci accorgiamo di loro solo per l’olezzo che esce dai capannoni, ma quasi non ci siamo accorti che nell’ultimo anno ne sono morti decine di milioni colpiti dall’influenza aviaria. Luca Busani, del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, dice che per un virus un allevamento di polli è come Disneyland, ma occhio a giocare con i virus.

Viviamo nell’epoca del pollo

La biomassa del pollame, soprattutto dei polli, è di circa tre volte superiore al peso di tutte le specie di uccelli selvatici messe insieme. Questa gigante biomassa di uccelli di un’unica specie non ha precedenti nella storia recente della Terra e forse anche nella sua storia geologica. Alcuni archeologi ritengono che quando le civiltà future scaveranno tra le nostre rovine non troveranno computer, aerei o grattacieli, ma ossa di pollo. È tutto vero.


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