Quanta acqua consumano davvero gli allevamenti?


Maria Mancuso
Web content editor

In Italia, la zootecnia consuma 317,5 milioni di metri cubi di acqua solo per dare da bere agli animali e lavare le strutture e attrezzature necessarie alla produzione. A questa cifra si somma quella per coltivare il foraggio. Per fare chiarezza su questo complesso tema abbiamo contattato il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale.

A causa dell’emergenza siccità che sta colpendo in maniera drammatica l’Italia, uno dei temi di cui si è discusso molto è quello dell’impatto che la carenza d’acqua sta avendo sul settore zootecnico e quello agricolo. Da mesi gli allevatori denunciano una penuria che mette a rischio la salute degli animali e la possibilità di produrre carne ai prezzi a cui siamo abituati. I costi dei mangimi, infatti, aumentano non solo per le speculazioni finanziarie conseguenti alla guerra in Ucraina, ma anche per gli effetti della crisi climatica, inclusa la siccità.

In questo articolo abbiamo deciso di fornire dati il più possibile esaurienti sul consumo idrico dell’allevamento di animali, con uno sguardo all’Italia, dove questa produzione è largamente intensiva. Abbiamo consultato gli studi più autorevoli sul tema, e per capire meglio i dati a nostra disposizione, abbiamo contattato il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, che si occupa anche di consumo idrico del comparto agricolo. Questo settore infatti non produce soltanto la frutta e la verdura che consumiamo, ma anche il foraggio che finisce nelle mangiatoie degli animali negli allevamenti. Ed è quindi importante guardare anche a esso quando analizziamo l’impatto idrico della zootecnia.

Che cosa si intende per impronta idrica verde, blu e grigia?

Per calcolare l’impronta idrica di un prodotto vengono considerate tre tipologie di provenienza dell’acqua: 

  • Acque verdi, cioè l’acqua proveniente dalle precipitazioni e che è particolarmente rilevante per le coltivazioni (può evaporare o essere assorbita dalle piante). 
  • Acque blu, cioè quelle provenienti dalle risorse idriche superficiali o dalle risorse sotterranee. L’acqua blu viene prelevata dall’essere umano e impiegata ad esempio per irrigare i campi e per vari settori industriali, compresa la zootecnia.
  • Acque grigie, cioè la quantità di acqua dolce necessaria a diluire gli inquinanti per permettere che la qualità delle acque raggiunga standard di qualità concordati.  

Che tipologia di acqua consuma l’allevamento di animali?

Come spiegano Mekonnen e Hoekstra nel loro importante studio The green, blue and grey water footprint of farm animals and animals products, finanziato dall’UNESCO, quando si guarda all’impronta idrica dei prodotti animali, bisogna tener conto innanzitutto del tipo di sistema produttivo con il quale si ottengono: pascolo, sistema misto o intensivo. 

I prodotti animali provenienti da sistemi intensivi hanno generalmente un’impronta idrica per unità di prodotto inferiore rispetto a quella di prodotti provenienti da allevamenti estensivi, in cui gli animali sono al pascolo, che consumano soprattutto acqua verde. Tuttavia, i prodotti animali provenienti da allevamenti intensivi hanno sempre un’impronta idrica blu e grigia per tonnellata di prodotto maggiori rispetto a quelli provenienti da allevamenti estensivi, perché in queste strutture gli animali si cibano di foraggi che, a differenza dell’erba, sono, almeno in parte, irrigati.

Per questo motivo, se gli allevamenti intensivi possono a primo impatto sembrare più efficienti dal punto di vista idrico è perché la loro impronta idrica verde è minore. Alla luce della crisi climatica e della sempre più grave siccità, però, a doverci preoccupare sono l’impronta blu e grigia, che sono le più importanti perché riguardano le fonti d’acqua dolce. La concorrenza per l’acqua verde è, seppur importante, meno impellente di fronte al prosciugamento dei nostri laghi e fiumi

I dati, peraltro, non offrono una panoramica completa del problema. Giuliano Trentini, vicedirettore del Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, ci spiega che l’impronta grigia dell’allevamento è molto maggiore di quanto pensiamo. Nel loro studio, Mekonnen e Hoekstra considerano nel loro computo unicamente l’acqua utilizzata nel processo industriale per la produzione dei concimi che servono per sostenere le colture foraggere. 

«Non contemplano minimamente tutto il problema che c’è a valle dell’allevamento intensivo che è quello legato allo smaltimento dei liquami. Numeri che sono sicuramente importanti. E questo lo deriviamo dal fatto che abbiamo, a livello europeo, un grosso problema di inquinamento delle falde da nitrati, sia legati all’apporto di concime a base di azoto per le colture, che legati allo spandimento dei liquami». Questi numeri non vengono conteggiati, ci tiene a precisare Trentini, per mancanza di dati e non perché non siano pertinenti.

Quanta acqua serve per produrre un kg di carne?

L’impronta idrica dei prodotti animali è molto alta. A livello globale, secondo i calcoli di Mekonnen e Hoekstra, per produrre un chilo di carne bovina in modo intensivo servono in media circa 15.400 litri d’acqua, 10.400 nel caso della carne di pecora, 6000 nel caso del maiale, e 4.300 per la carne di pollo. Quella dei legumi è 1,5 volte inferiore a quest’ultima, che è quella che ne consuma meno. In ogni caso, quindi, i prodotti vegetali hanno un impatto idrico inferiore rispetto a qualsiasi prodotto animale. Ce lo racconta anche Trentini di CIRF: «Se parliamo di produzione di cibo, è incontestabile che l’alimentazione a base di carne sia quella meno efficiente in termini sia di superfici investite che di consumo irriguo [consumo di acqua per l’irrigazione, ndr]».

A livello globale, il 98% dell’impronta idrica della produzione animale — parliamo di 2422 gigametri cubi d’acqua per anno (un gigametro equivale a un miliardo di metri) — si riferisce all’impronta idrica del foraggio che andrà a nutrire gli animali ed è per la maggior parte, sempre a livello globale, acqua verde. 

Ma in Italia, dove la maggior parte degli animali vengono allevati in maniera intensiva — e quindi cresciuti in stalla, alimentati con mangimi e non al pascolo — la situazione è diversa, spiega Trentini. «Noi non alimentiamo gli animali a frumento e orzo, che sono colture invernali, e che fondamentalmente crescono senza bisogno di irrigazione. Li alimentiamo con colture primaverili ed estive — soia, mais, sorgo — e i dati presenti nel 6° censimento dell’agricoltura dell’ISTAT ci dicono che il 37% della superficie irrigua nazionale è utilizzata per produrre foraggere, in prevalenza mais, e questa produzione assorbe un terzo di tutta l’acqua irrigua». 

Quanta acqua consumano gli animali allevati in Italia?

Secondo le stime del rapporto ISTAT Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia, nel nostro Paese, soltanto nel 2016, l’allevamento animale ha consumato 317,5 milioni di metri cubi d’acqua. E qui parliamo solo di acqua utilizzata come “acqua di abbeverata” — ovvero che viene data da bere agli animali — e di “acqua di servizio” — per il lavaggio delle strutture e attrezzature necessarie alla produzione. 

I bovini sono gli animali a consumarne di più: due terzi del totale, vale a dire il 66%, 209 milioni di metri cubi di acqua. I suini ne assorbono il 18%, per un totale di 56 milioni di metri cubi di acqua. A seguire ci sono i bufalini, con 19 milioni di metri cubi di acqua, gli avicoli con 15 milioni e gli ovini 12,5 milioni. L’ISTAT riporta inoltre che poco meno del 70% dei volumi idrici consumati dagli allevamenti in Italia sono utilizzati in quelli presenti nel Nord Italia — il 28% soltanto in Lombardia, la regione con il maggior numero di bovini e suini d’Italia. 

Inoltre come ha spiegato Trentini, i dati ISTAT parlano chiaro: il 37% della superficie irrigua nazionale è utilizzata per produrre foraggere e questa produzione assorbe un terzo di tutta l’acqua irrigua. Per quanto riguarda il mais da granella ad esempio, secondo ISTAT, in Italia viene irrigato il 70% della superficie destinata a questa coltura. 

Quanta acqua consumano i mangimi per gli animali? 

A livello regionale, non ci stupirà ormai, la Lombardia concentra il 20% della superficie irrigata nazionale. Segue poi il Piemonte col 14%, il Veneto col 13%. E se ve lo state chiedendo: sì, queste tre regioni, assieme all’Emilia Romagna, sono quelle dove si trova il maggior numero di allevamenti intensivi italiani. Ma non solo: come abbiamo spiegato in questo articolo, le regioni della Pianura Padana sono anche quelle a coltivare più mangimi destinati alla zootecnia. Nel 2017, i produttori di mangimi nel Nord Ovest e nel Nord Est hanno fatturato complessivamente 4,8 milioni di euro, oltre l’80% della produzione nazionale

Una produzione insostenibile

Gli animali consumano molto più cibo degli esseri umani e allevarne milioni ogni anno soltanto in Italia, nutrendoli con tonnellate e tonnellate di mangimi che derivano da colture adatte al consumo umano, per poi macellarli, non è neanche lontanamente sostenibile. Né dal punto di vista idrico, né da quello ambientale. Secondo la FAO, lo ricordiamo, l’allevamento di animali provvede soltanto al 18% del fabbisogno calorico globale e al 37% delle proteine, ma consuma il 70% dei terreni agricoli.

In Italia, nella fattispecie, abbiamo visto che la zootecnia consuma 317,5 milioni di metri cubi di acqua solo per dare da bere agli animali e lavare le strutture e attrezzature necessarie alla produzione. A questa va aggiunta quella necessaria a coltivare centinaia di ettari di terreni destinati ai mangimi, di cui una fetta è irrigata con acqua prelevata da fonti idriche sempre più scarse. Secondo CIRF, che pure non ha una posizione contro il consumo di carne e prodotti animali, «il dibattito è polarizzato attorno al lato dell’offerta, ovvero, come assicurare la disponibilità di acqua irrigua per le colture. Invece bisogna chiedersi: data una risorsa scarsa, quali sono gli usi ammissibili?». 

Di fronte a un’emergenza nazionale come quella idrica, che non è altro che la conseguenza diretta di un’emergenza globale che è la crisi climatica, pensiamo sia fondamentale discutere quale sia il futuro che vogliamo occupi un settore, quello zootecnico, che consuma risorse preziose — acqua, suolo, colture adatte al consumo umano — di cui abbiamo un disperato bisogno, restituendo una quantità di calorie che è ben lontana dallo sfamare il Pianeta. Le conclusioni sono evidenti a questo punto: negli anni a venire, dovremo scegliere a chi verrà destinata la poca acqua a nostra disposizione, se a produrre cibo per gli animali, o il nostro.