Tutto quello che c’è da sapere sulla peste suina africana


Maria Mancuso
Web content editor

Negli anni scorsi ha decimato la popolazione di suini in Cina, ora è stata rinvenuta anche in Italia. Che cos’è la peste suina africana e perché ancora una volta gli animali vengono sacrificati in nome del profitto.

Dopo il SARS CoV 2 negli allevamenti di visoni e l’aviaria in quelli di avicoli, un altro virus minaccia gli animali negli allevamenti, in questo caso i suini.

Che cos’è la peste suina africana

La peste suina africana (PSA) — che è diversa dall’influenza suina — è una malattia virale che colpisce i maiali e i cinghiali. Ha un tasso di letalità altissimo, uccide infatti quasi il 100% degli individui che si ammalano, e per ora non è trasmissibile agli esseri umani. Al momento non esiste né cura né un vaccino. Negli animali infatti si manifesta con sono febbre, perdita di appetito, debolezza, aborti spontanei ed emorragie interne.

Com’è arrivata in Europa

La malattia è endemica nel continente africano, ma negli anni si è diffusa in molte aree del mondo, incluse Asia ed Europa, probabilmente attraverso scarti alimentari provenienti dall’Africa. L’infezione può avvenire in diversi modi, non solo il contatto diretto con animali infetti, ma anche quello con oggetti contaminati o l’ingestione di resti di carne infetta. Il virus è inoltre capace di sopravvivere per diversi mesi nella carne processata e due anni in quella congelata. Per questo motivo, una delle misure che vengono prese quando in un Paese vengono registrati dei casi di PSA, è quella di sospendere tutte le importazioni di carne dalla nazione interessata.

A partire dal 2014, sono stati segnalati i primi casi nei Paesi Baltici e in Polonia. Tra il 2016 e il 2018 ha raggiunto Moldavia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Bulgaria, Belgio, tra il 2019 e il 2020 Serbia, Grecia e Germania.

Fino a quest’anno in Italia la presenza del virus era stata registrata soltanto in Sardegna a partire dal 1978, sia negli animali domestici allevati allo stato brado o semi-brado, che nei cinghiali. Per questo motivo nella regione è in atto un Piano di eradicazione con il coinvolgimento delle autorità sanitarie.

Il 6 gennaio 2022 il Centro di referenza nazionale per le pesti suine dell’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Umbria e delle Marche ha confermato la presenza di un caso di PSA in una carcassa di cinghiale rinvenuta nel Comune di Ovada, in provincia di Alessandria (Piemonte). L’elenco dei comuni che il Ministero della Salute ha inserito nella lista dell’area infetta da peste suina africana sono oltre un centinaio, divisi tra Piemonte e Liguria. Nella zona infetta saranno vietate, per sei mesi, le attività di caccia, la raccolta dei funghi e dei tartufi, la pesca, il trekking, il mountain biking e qualsiasi altra attività che preveda il contatto con i cinghiali.

LAV esclude che il virus sia arrivato in Italia attraverso i paesi confinanti, ma che sia «realistico presumere che il veicolo di introduzione del virus nel nord-ovest del nostro Paese sia l’essere umano» e aggiunge « è evidente che i principali indiziati non possono che essere i cacciatori». Qualunque sia stato il mezzo attraverso cui il virus è arrivato nel nostro Paese, il pericolo è che possa diffondersi tra i maiali allevati.

Le condizioni in cui vivono i maiali negli allevamenti intensivi favoriscono la diffusione di malattie.
© Essere Animali

Il caso della Cina e la preoccupazione del settore suinicolo italiano

Nel 2019 la pandemia di peste suina africana in Cina — sì, pandemia — ha portato all’abbattimento di circa 200 milioni di maiali, macellati in anticipo o morti a causa della malattia. Si parla di circa il 40% di tutti i suini del Paese. I dati non sono ufficiali, ma secondo l’Organizzazione mondiale della sanità animale (OIE) è una stima “ragionevole”. La pandemia è continuata e si pensa che nel 2020 la cifra sia stata raggiunta o addirittura superata. Il settore suinicolo parla di danni incalcolabili.

E difatti, da quando anche in Italia sono stati rinvenuti casi di peste suina — al momento esclusivamente in cinghiali allo stato brado —, il settore suinicolo ha immediatamente espresso preoccupazione: sia per la diffusione di un virus altamente letale che potrebbe raggiungere gli allevamenti, ma anche per un eventuale blocco delle esportazioni di salumi e carni suine che al momento vale 1,7 miliardi di euro. Giappone e Taiwan avrebbero già disposto la sospensione di carne suina italiana.

allevamenti con peste suina
Per arginare il contagio si usa un’unica soluzione: l’eliminazione degli animali infetti.
© Reuters

Secondo quanto riportato da Anmvi, la Regione Lombardia ha istituito una task force e sospeso la caccia nel territorio pavese.  L’assessore all’agricoltura Fabio Rolfi ha dichiarato:

«Abbiamo deciso di sospendere al momento le forme di attività venatoria vagante e collettiva al cinghiale in provincia di Pavia, Promuoveremo, in collaborazione con Polizia provinciale e Carabinieri forestali, una intensa attività di sorveglianza passiva invitando anche agricoltori e cacciatori a segnalare eventuali carcasse presenti sul territorio. La peste suina rappresenta un disastro per l’export di un comparto strategico come quello dei suini. In Lombardia è allevato il 53% dei capi a livello nazionale. Quindi faremo di tutto per contrastare l’arrivo e la diffusione di questa malattia portata dalla fauna selvatica».

Bisogna cambiare

antibiotico resistenza
Sovraffollamento, condizioni igieniche estreme, antibiotici usati in maniera massiccia: questo è il terreno ideale per diffondere e rafforzare un virus.
© iStock

Se la peste suina iniziasse a diffondersi negli allevamenti, milioni di animali avrebbero pochissime, se non nessuna, chance di sopravvivenza. Il tutto mentre sono già in corso numerosissimi abbattimenti negli allevamenti avicoli colpiti dall’influenza aviaria. Ancora una volta la loro salute non è per niente considerata.

Ma anche la nostra, ancora una volta, potrebbe essere messa a rischio per colpa degli allevamenti intensivi. Come abbiamo già visto infatti, l’eventualità che un virus muti e sviluppi la capacità di infettare l’essere umano non è remota. Vale la pena correre il rischio?

Il termine “virus” è ormai entrato a far parte del nostro vocabolario quotidiano, ma non per questo dobbiamo abituarci a convivere con epidemie continue e persistenti, sia nella popolazione animale che in quella umana. Gli allevamenti intensivi sono luoghi pericolosi per gli animali e un rischio per la salute pubblica. La soluzione, ancora una volta, è quella di rivedere il nostro sistema alimentare basato sullo sfruttamento e il consumo degli animali.