Siamo entrati dentro un allevamento di polli con le telecamere RAI

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Siamo entrati dentro un allevamento di polli con le telecamere RAI


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Francesco Ceccarelli
Responsabile investigazioni

Abbiamo portato un’altra volta la realtà degli allevamenti intensivi in TV! L’inchiesta è andata in onda in seconda serata su Tv7 ed è stata vista da quasi 600 mila persone. Se te la sei persa, leggi questo articolo e scopri che cosa abbiamo fatto.

Abbiamo portato la giornalista Rosita Rosa di Tv7, un approfondimento settimanale del TG1, in un allevamento intensivo di polli per documentare le condizioni degli animali. Il servizio si è concentrato sul ruolo degli allevamenti intensivi nella deforestazione del Sud America, sulle condizioni di vita degli animali e sulle conseguenze del consumo di carne sulla salute umana.

Soia e allevamenti intensivi

Il reportage, intitolato A tavola col Pianeta, si è aperto con l’azione di Greenpeace nel porto di Ravenna. Gli attivisti si sono arrampicati sui silos contenenti soia per denunciare la deforestazione dovuta alla produzione di soia e il ruolo che giocano gli allevamenti intensivi. L’Italia, spiega la giornalista, è diventata il quarto più grande importatore di soia coltivata in Sud America, dove le monocolture distruggono la biodiversità, prosciugano i fiumi e mettono in pericolo la vita dei difensori dell’ambiente.

Inoltre, la soia prodotta in questi territori è per la maggior parte OGM e richiede ampio uso di prodotti fitosanitari dannosi per gli ecosistemi come il glifosato, brevettato da Monsanto, che nel 2015 è stato definito dalla IARC, l’Agenzia Internazionale sul Cancro, come “probabile cancerogeno per l’uomo”.

A differenza di quanto si possa pensare, la quasi totalità della soia che importiamo non finisce nelle bevande vegetali o per produrre tofu, ma viene impiegata per sfamare gli animali rinchiusi negli allevamenti intensivi italiani. La soia è alla base dell’alimentazione di milioni di animali, soprattutto polli e maiali ed essendo un legume altamente proteico consente una crescita muscolare in tempi rapidi a spese ridotte. 

Allevamenti di polli

A questo punto il racconto della giornalista si sposta in un allevamento intensivo di polli al confine con Emilia Romagna e Veneto dove l’ho accompagnata personalmente. Le immagini mostrano come vivono gli animali terrestri più macellati in Italia: 9 polli su 10 nel nostro Paese sono allevati intensivamente, quindi in capannoni bui dove vengono ammassati in migliaia e migliaia. 

Nel mondo vengono allevati 80 miliardi di polli ogni anno, in Italia oltre 500 milioni.
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La giornalista segnala immediatamente l’odore pungente di ammoniaca che deriva dalle deiezioni degli animali. Come le spiego, i polli italiani trascorrono tutta la loro breve vita — solo sei settimane — sulla stessa lettiera a contatto con urina e feci. Per questo motivo, le piume sulla parte posteriore che poggia a terra sono rade, cadute per il contatto continuo con l’ammoniaca. Non si ferma qui: a causa della selezione genetica che spinge il loro petto a crescere a dismisura, i polli sono deformi. Il loro corpo è troppo pesante per essere retto dalle zampe, perciò spesso sono zoppi o muoiono perché non riescono a nutrirsi.

In queste condizioni, continuo a spiegarle, è impossibile identificare i polli malati e curarli individualmente: per questo motivo gli allevatori somministrano, in modo profilattico, antibiotici e medicinali in via preventiva a tutti gli animali nell’acqua che bevono quotidianamente. Pratica che preoccupa gli esperti in quanto può contribuire al fenomeno dell’antibiotico resistenza, che in Italia uccide 10 mila persone ogni anno e che è stata definita una “pandemia silenziosa” dalla Commissione Europea alla salute.

L’impatto della carne sulla salute

Maria Cristina Mele, Direttrice nutrizione clinica del Policlinico Gemelli di Roma, intervistata nel servizio, afferma: «Gran parte di quello che poi noi vediamo negli ospedali sembra poter derivare anche da ciò che noi mangiamo prima di essere ricoverati. Se per lungo tempo ci cibiamo di carni che contengono ancora tracce di antibiotici, tutto il nostro sistema, soprattutto il microbiota intestinale, viene impattato negativamente dalla presenza di questi antibiotici e selezioniamo dei batteri resistenti». 

Per quanto riguarda poi i tumori, Mele dichiara che la comunità scientifica ha ormai a disposizione centinaia di migliaia di osservazioni, e tutti questi studi indicano un rischio aumentato di ammalarsi di tumore, soprattutto al colon retto, per chi consuma una quantità importante di carne al giorno. Per le donne il rischio è invece accertato per quanto riguarda il tumore al seno. La IARC infatti nel 2015 ha definito la carne rossa come probabilmente cancerogena e quella processata come sicuramente cancerogena.

Aiutaci a mostrare la verità

L’inchiesta andata in onda ieri sera è solo una frazione del lavoro che stiamo svolgendo e di quello che stiamo per rendere pubblico. Ed è solo una frazione delle innumerevoli giornate e nottate che il nostro team investigazioni passa a monitorare, documentare e denunciare gli allevamenti e i macelli.

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