Tutto quello che c’è da sapere sull’influenza aviaria


Maria Mancuso
Web content editor

In tutto il mondo milioni di animali vengono abbattuti a causa di focolai di influenza aviaria e i casi tra gli esseri umani non fanno che crescere, aumentando le possibilità che il virus muti, con il rischio di una nuova pandemia.

Che cos’è l’aviaria

L’influenza aviaria è un’infezione virale contagiosa e potenzialmente letale dovuta a un virus influenzale di tipo A che colpisce gli uccelli selvatici — che sono considerati l’ospite naturale di questo virus — e quelli domestici, come polli e tacchini. Oltre agli uccelli, può infettare anche altri animali come maiali, cavalli, delfini, balene e infine l’essere umano

Esistono moltissimi sottotipi diversi, che vengono denominati con la sigla H (numero) N (numero) — H5N1, H9N2, H7N3, H7N2 ecc…  — e che sono stati categorizzati in due gruppi: HPAI, ad alta patogenicità, e LPAI, a bassa patogenicità. I più pericolosi sono quelli ad alta patogenicità e negli uccelli portano alla morte rapida quasi nel 100% dei casi. Le epidemie di aviaria HPAI hanno finora visto coinvolti sottotipi H5 e H7. L’H5N1 in circolazione dal 1997 è stato identificato come il più preoccupante, a causa della sua capacità di mutare rapidamente e di acquisire geni da virus che infettano altre specie animali.

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha messo in guardia dall’H5N1 che “dall’inizio del 2003, ha effettuato una serie di salti di specie, acquisendo la capacità di contagiare anche gatti e topi, trasformandosi quindi in un problema di salute pubblica ben più preoccupante. La capacità del virus di infettare i maiali è nota da tempo, e quindi la promiscuità di esseri umani, maiali e pollame è notoriamente considerata un fattore di rischio elevato” .

Com’è arrivata in Europa 

Dal 2003, il virus H5N1 è endemico tra gli avicoli delle regioni asiatiche, ma, dopo essersi trasferito agli uccelli selvatici, dal 2005 è stato isolato anche nelle regioni degli Urali, dove vivono uccelli acquatici selvatici che in autunno migrano e arrivano in Europa. Nel 2020, dopo che alcuni focolai di aviaria HPAI sono emersi in Russia e Kazakistan, l’EFSA ha lanciato un allarme invitando gli Stati europei a mettere in campo piani di sorveglianza e misure di biosicurezza. I focolai hanno iniziato a moltiplicarsi e hanno coinvolto centinaia di allevamenti intensivi di polli e tacchini. 

I focolai non si sono fermati e nelle ultime settimane il virus è stato rinvenuto in diversi allevamenti italiani: dal Veneto alla Lombardia fino al Lazio. Pochi giorni fa ha raggiunto persino in provincia di Salerno. In Francia, dopo che l’anno scorso il virus ha decimato le popolazioni di anatre e oche destinate alla produzione di foie gras, è stato introdotto un “lockdown” per gli animali: tutti gli allevamenti sono stati invitati a rinchiudere il pollame al chiuso, in modo da evitare che entrino in contatto con uccelli selvatici infetti. A fine anno, in un solo mese, sono stati abbattuti oltre 600 mila volatili.

A fine dicembre anche l’Istituto Friedrich Loeffler, l’istituto governativo tedesco di ricerca sulla salute animale, ha lanciato l’allarme: «Stiamo vivendo l’epidemia di aviaria peggiore di sempre, in Germania e in Europa. Non si vede la fine: i Paesi colpiti vanno dalla Finlandia alle isole Faroe fino all’Irlanda, dalla Russia al Portogallo. Sono stati colpiti anche mammiferi come volpi, foche e lontre» .

Cosa c’entrano gli allevamenti intensivi con l’aviaria

Secondo il Guardian, otto o più varianti dell’influenza aviaria, tutte in grado di infettare e uccidere l’uomo e potenzialmente più gravi del Covid-19, stanno circolando negli allevamenti intensivi di polli e tacchini di tutto il mondo. Questi animali quindi non sono soltanto vittime di questo virus, ma quando vivono in condizioni come quelle degli allevamenti intensivi possono essere amplificatori del virus. 

Secondo la FAO, “I virus dell’influenza aviaria si stanno evolvendo in un pool genetico virale ampio e diversificato… Un agente patogeno può trasformarsi in un agente patogeno ipervirulento”, questo perché in un allevamento intensivo con migliaia di animali geneticamente identici, un patogeno ipervirulento non può far altro che diffondersi rapidamente tra gli animali. Quindi, se da una parte gli uccelli migratori trasportano il virus, quelli allevati lo combinano.

Rob Wallace, autore di Big farms big flu, ha dichiarato che i ceppi di influenza aviaria emergenti si stanno adattando alla produzione industriale di pollame: «Incolpare gli uccelli acquatici migratori… chiaramente non è più una posizione sostenibile. (…) Questi allevamenti ora fungono da loro serbatoi [di malattie]. Sono la loro stessa fonte».

Negli allevamenti intensivi di polli da carne, gli animali hanno lo stesso patrimonio genetico e quindi sono suscettibili ai virus allo stesso modo.
© Essere Animali

Come si infetta l’essere umano e quali sono i sintomi 

Il fattore di rischio maggiore per gli esseri umani al momento è il contatto con pollame infetto o superfici e materiali contaminati (ad esempio escrementi o piume), ed è per questo che spesso le persone che si infettano sono innanzitutto allevatori o operatori del settore. 

Il Ministero della Salute spiega che nell’essere umano i sintomi, il periodo di incubazione e la gravità della malattia dipendono dal sottotipo. Si può avere una congiuntivite, sintomi simili all’influenza (febbre, tosse), oppure diarrea, vomito, dolori addominali, sanguinamento dal naso e dalle gengive e dolori al petto, fino a difficoltà respiratorie, infezioni diffuse, disfunzione d’organo multipla e problemi polmonari anche gravi, che possono portare alla morte.

Il problema maggiore per noi resta il salto di specie, che per alcuni sottotipi è già avvenuto come abbiamo visto, e soprattutto le mutazioni che possono far sì che un ceppo altamente patogenico impari a trasmettersi facilmente da persona a persona. Secondo l’ISS il rischio maggiore è che  «la compresenza del virus aviario con quello dell’influenza umana, in una persona infettata da entrambi, faciliti la ricombinazione di H5N1 e lo renda capace di trasmettersi nella popolazione umana». 

Molto spesso nelle nostre indagini troviamo condizioni igienico-sanitarie irregolari.
© Essere Animali

Perché dobbiamo evitare le mutazioni

Prima di tutto perché non siamo pronti: non abbiamo un vaccino pronto per essere messo in commercio e, come abbiamo visto con la pandemia di coronavirus, evitare i contatti umani è davvero difficile. 

Inoltre l’influenza aviaria ha un tasso di letalità altissimo: per l’H5N1 si parla del 60%. Quest’anno la Cina  ha segnalato 21 casi di infezioni umane con il sottotipo H5N6, l’anno scorso i casi sono stati (solo) 5.

«Ogni caso umano in più darà al virus l’opportunità di migliorare la propria capacità di trasmettersi tra gli esseri umani, e quindi di diventare un virus pandemico”, spiega l’ISS. “Anche se non siamo in grado di prevedere né quando ci sarà la prossima pandemia né quanto sarà grave, la probabilità che si verifichi è aumentata».

Che cosa possiamo fare?

Gli allevamenti intensivi sono luoghi crudeli per gli animali, dannosi per l’ambiente e pericolosi per la salute globale. L’unica soluzione è chiuderli al più presto.