Crisi climatica e pandemie: pensiamo troppo alle conseguenze e non alle cause

investigatore fa luce con un faretto in un allevamento di maiali
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Crisi climatica e pandemie: pensiamo troppo alle conseguenze e non alle cause


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Maria Mancuso
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Epidemie di virus zoonotici, cambiamento climatico, perdita di biodiversità, antibiotico resistenza, inquinamento e scarsità di risorse idriche pulite: sono tutte conseguenze di un sistema alimentare che può e deve cambiare.

Quando pensiamo alle sfide globali che abbiamo di fronte tendiamo a pensarle come a dati di fatto, fenomeni con cui dobbiamo imparare a convivere, questioni su cui non abbiamo controllo, troppo grandi per essere risolte. E in parte è vero: queste sfide sono di portata eccezionale. Eppure c’è un filo che le lega tutte: sono conseguenze dell’attuale sistema alimentare basato sulla produzione intensiva di prodotti principalmente animali. Conseguenze, non cause, né fenomeni inevitabili.

Come dice il detto popolare “prevenire è meglio che curare” e mai come ora è proprio il caso di dirlo.

E se avessimo il potere di risolvere queste problematiche, o ridurle fino a renderle meno pericolose? Non è impossibile, basta concentrarsi sulla gestione delle cause, piuttosto che rimediare come si può alle conseguenze. Un esempio fra tutti è il vaccino contro il coronavirus che vede un investimento enorme di risorse economiche per cercare di limitare le future morti dovute alla pandemia, senza però poterci dare indietro tutto ciò che ci ha tolto.

Zoonosi: gli allevamenti intensivi sono incubatoi di virus

L’attuale pandemia e tutte quelle che verranno sono causate dalla combinazione di più fattori, ma che possono essere in gran parte ricondotti allo sfruttamento degli animali. Mentre ci preoccupiamo del coronavirus però, dimentichiamo l’enorme quantità di altri virus presenti in natura e che potrebbero essere trasmessi all’essere umano, magari attraverso un ospite intermedio come una specie allevata per la produzione di carne o derivati.

Secondo un recente rapporto Ipbes — la massima autorità scientifica in tema di natura e biodiversità — esistono circa 1,7 milioni di virus zoonotici ancora sconosciuti e di questi, 800mila potrebbero avere la capacità di infettare l’essere umano. Continuando a disboscare le foreste tropicali per fare spazio a pascoli o a colture di soia da usare come mangime per gli animali, gli esseri umani corrono il rischio di entrare a contatto con questi virus e di infettare altre persone.

Tra i virus conosciuti spaventa in particolare l’aviaria — molto diffusa nei polli e nei tacchini — di cui un ceppo è stato rinvenuto pochi mesi fa in alcuni dipendenti di un allevamento avicolo russo. L’influenza aviaria, al contrario del coronavirus, ha un tasso di letalità altissimo — di oltre il 50% — perciò se raggiungesse le dimensioni di una pandemia ucciderebbe la metà degli infetti.

Gli allevamenti intensivi causano cambiamento climatico e perdita di biodiversità

Soltanto in Europa, il settore zootecnico emette l’equivalente di 502 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Se consideriamo poi anche le emissioni indirette di gas serra, come quelle derivanti dalla produzione di mangimi, raggiungiamo un totale di 704 milioni di tonnellate di CO2. Una cifra spropositata che supera le emissioni di tutti i veicoli circolanti nell’Unione Europea.

Ma non solo: per produrre mangimi per gli allevamenti intensivi, come dicevamo prima, vengono disboscate aree immense di foreste preziosissime per la vita sulla Terra, causando ulteriori emissioni e la perdita di habitat naturale per milioni di specie animali e vegetali.

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Antibiotico resistenza: una minaccia per il nostro futuro

L’antibiotico resistenza è un fenomeno che preoccupa gli esperti e i governi di tutto il mondo, tanto da spingerli a redigere piani per cercare di controllare il fenomeno. La resistenza agli antibiotici, come suggerisce il nome, si manifesta quando alcuni batteri riescono a resistere ai farmaci che in passato riuscivano a debellarli. Data l’importanza degli antibiotici nella medicina odierna, questo fenomeno rappresenta infatti una minaccia concreta alla salute globale.

L’utilizzo routinario di antibiotici negli allevamenti intensivi contribuisce in maniera sostanziale ad esacerbarlo in quanto facilita l’emergere di batteri multiresistenti. L’Italia è al primo posto in Europa per morti dovuti all’antibiotico resistenza: 10 mila ogni anno su un totale di 33 mila in tutta l’Unione. Una cifra, quest’ultima, che secondo gli esperti potrebbe arrivare a toccare quasi mezzo milione di persone entro il 2050.

Inquinamento e scarsità di risorse idriche pulite: la colpa è anche degli allevamenti intensivi

Non sempre ci pensiamo, ma le decine di miliardi di animali rinchiusi negli allevamenti intensivi, oltre a soffrire enormemente, producono tonnellate di scarti che vanno a finire nei terreni adiacenti alle strutture e nelle falde acquifere, inquinandoli irrimediabilmente.

Guardando soltanto agli allevamenti di maiali italiani, si calcola che questi producano oltre 11 milioni di tonnellate di feci all’anno, vale a dire oltre 30 mila tonnellate al giorno. È come se in Italia dovessimo smaltire gli scarti giornalieri di 25,5 milioni di persone in più rispetto alla popolazione attuale. Adesso provate a immaginare quante tonnellate di deiezioni producono tutti gli animali, non solo i maiali, allevati ogni anno in tutto il mondo. 

Spostiamo l’attenzione sulle cause

inquinamento brescia essere animali
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Le conseguenze delle pandemie, del cambiamento climatico, della resistenza agli antibiotici e dell’inquinamento o la scarsità di risorse idriche sul Pianeta sono inquantificabili. Milioni di morti — sia umani che animali — estinzioni di massa, esaurimento di risorse indispensabili, problemi di salute — sia fisica che mentale — perdita di posti di lavoro, spreco di risorse economiche pubbliche che invece di essere impiegate per costruire un futuro migliore vengono adoperate per fronteggiare una crisi dopo l’altra, in un ciclo infinito. 

Pensiamo a quanto si potrebbe risparmiare se invece di gestire le conseguenze di una pandemia andassimo ad intervenire sulle cause. Cambiare l’attuale sistema alimentare e promuovere un’alimentazione a base vegetale potrebbe ridurre enormemente le emissioni di gas serra, la deforestazione, lo spreco d’acqua potabile, limiterebbe fortemente il rischio di epidemie e pandemie zoonotiche, ma anche l’emergere di malattie cardiovascolari, tumori e diabete associati al consumo di prodotti animali.

Insomma, i vantaggi sarebbero moltissimi e per una volta, invece che pagarne le conseguenze peggiori, ne beneficeremmo tutti.

È necessario rivedere la nostra alimentazione per tutelare e salvaguardare gli animali e per mettere al sicuro la salute globale. Scopri come farlo al meglio!

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