Allevamenti intensivi in Italia: sono quasi tutti al nord

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Allevamenti intensivi in Italia: sono quasi tutti al nord


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Maria Mancuso
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Prendendo in esame i dati della Banca Dati Nazionale dell’Anagrafe Zootecnica (BDN) si può vedere che il maggior numero di allevamenti intensivi in Italia in cui sono allevati bovini, suini e avicoli si concentra tra Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto.

Con oltre 300 prodotti DOP, IGP e STG, di cui molti di origine animale, l’Italia è uno dei maggiori produttori di carne, latte e uova in Europa. Basti pensare che nel 2019 nel nostro Paese sono stati marchiati 8,9 milioni di Prosciutti di Parma e prodotte oltre 3,75 milioni di forme (circa 150 mila tonnellate) di Parmigiano Reggiano. 

La zona di produzione principale di questi prodotti è il Nord Italia e non sorprende infatti che nel bacino Padano si trovi la più alta concentrazione di allevamenti intensivi di tutta Italia.

Allevamenti intensivi di maiali

La Lombardia è la prima regione per numero di suini allevati di tutta Italia. Qui vivono quasi 4,4 milioni di maiali — ovvero il 50% della produzione nazionale — ma il numero di allevamenti rappresenta solamente il 9% sul totale, e questo perché l’allevamento suinicolo in Lombardia è a carattere fortemente intensivo. Tant’è vero che la media di animali presenti in ogni allevamento è di 1629

Al secondo posto per numero di capi dopo la Lombardia si colloca il Piemonte con 1,3 milioni di suini (1 ogni 3 abitanti), seguito subito dall’Emilia Romagna con 1,1 milioni (1 ogni 4 abitanti) e infine dal Veneto con 686 mila capi (1 ogni 7). Ma la stragrande maggioranza degli allevamenti si concentra in una zona molto ristretta che tocca le province di Mantova, Brescia, Reggio Emilia e Modena — si pensi che la provincia di Brescia conta più maiali che abitanti. 

Questo video mostra le immagini riprese da un nostro investigatore che ha lavorato in incognito in un allevamento fornitore del Prosciutto di Parma.

Allevamenti intensivi di mucche

Nonostante il progressivo calo del consumo pro capite di carne bovina in Italia (negli ultimi dieci anni è diminuito del 26%), gli allevamenti sono oltre 140 mila. In Italia attualmente vengono allevati oltre 6 milioni di bovini, più dell’intera popolazione del Veneto o della Sicilia.

La Lombardia è la regione con il maggior numero di capi bovini allevati in Italia: quasi 1,5 milioni, il 27% del totale, concentrati soprattutto tra Bergamo e Brescia. Subito dopo si attesta il Piemonte, con 815 mila capi e il Veneto con 753 mila. L’Emilia Romagna è al quarto posto con 572 mila capi. La Campania è invece la regione con il maggior numero di bufalini allevati, il 72% del totale nazionale. 

In questo video mostriamo i filmati all’interno di alcuni allevamenti di mucche nel Nord Italia ripresi da due infiltrati di Essere Animali.

Allevamenti intensivi di polli

Se il consumo di carne bovina e suina negli ultimi anni è diminuito considerevolmente, quello di carne di pollo è invece aumentato del 6%. Attualmente risultano aperti nel nostro Paese oltre 9 mila allevamenti avicoli — non solo polli quindi, ma anche tacchini e galline — con un numero di capi che supera i 137 milioni, cioè oltre il doppio dell’intera popolazione italiana. Nel 2019 i polli macellati in Italia sono stati 511 milioni.

Come riporta il nostro report Dieci anni di zootecnia in Italia, a fronte del totale dei polli italiani, il 99,8% dei polli italiani viene allevato in allevamenti intensivi che si assestano su una capienza media per complesso di 31.700 animali. Soltanto lo 0,2% proviene da allevamenti con meno di 5.000 animali.

In questo caso, è il Veneto la regione in cui si concentra il maggior numero di capi: il 33% del totale. Al secondo posto c’è la Lombardia (17%), seguita da Emilia Romagna (15%) e Piemonte (6%). Questi allevamenti producono migliaia di tonnellate annue di ammoniaca e di polveri sottili, e nel nostro Paese sono molti i comitati di cittadini nati per chiedere la chiusura di questi allevamenti o il blocco dei progetti — quello di San Mauro Pascoli (FC) è solo uno dei tanti esempi.

Queste immagini documentano, per la prima volta in Italia, l’intero ciclo di allevamento del pollo e sono state filmate con una telecamera nascosta da un infiltrato di Essere Animali.

Allevamenti intensivi: inquinamento e impatto ambientale

Sempre più studi confermano il grande e negativo impatto ambientale degli allevamenti intensivi. Non è un caso che quelle del bacino padano siano le regioni a risentire di più dell’inquinamento atmosferico in Italia. Secondo uno studio dell’Università di Brescia, ben 1459 morti premature causate dall’esposizione alle polveri sottili potrebbero essere evitate ogni anno in Lombardia se la domanda di proteine animali si dimezzasse. Ma in che modo e perché gli allevamenti intensivi inquinano l’atmosfera? La risposta riguarda le emissioni di sostanze dannose e pericolose.
In Italia gli allevamenti intensivi e riscaldamento sono responsabili in totale del 54% del PM2.5, particolato sottile che ogni anno causa gravi patologie e migliaia di morti precoci in tutto il Paese.

Tristemente, il nostro Paese detiene il primato di morti premature attribuibili all’inquinamento atmosferico in Europa — accanto alla Germania. Sarebbero infatti quasi 60 mila le morti causate dall’esposizione a particolato sottile (PM2,5) e biossido di azoto (NO2), sostanze prodotte anche dagli allevamenti intensivi. Le città europee con il numero maggiore di morti dovuto alle polveri sottili sarebbero Brescia e Bergamo, dove vengono complessivamente allevati oltre 1,5 milioni di suini.

Attivisti di Essere Animali protestano davanti un allevamento intensivo di maiali a Brescia Attivisti di Essere Animali protestano davanti un allevamento intensivo di maiali a Brescia
Un flash mob di EA di fronte a un allevamento di maiali a Brescia.
© Essere Animali

Un rischio per la salute della comunità

Oltre a consumare risorse preziose per l’essere umano — come acqua, cereali e legumi — e a produrre gas inquinanti, gli allevamenti intensivi generano anche altrettanti scarti, che possono inquinare l’ambiente e le falde acquifere. I resti reflui degli animali possono essere utilizzati per la produzione di metano negli impianti di biogas oppure, più spesso, sparsi sui campi. Tuttavia, i liquami degli allevamenti intensivi sono carichi di azoto, fosforo e potassio, nonché di farmaci e antibiotici e questo li rende inadatti a fertilizzare il terreno. 

Un report di Terra! Onlus calcola che gli allevamenti intensivi di suini in Italia producono 11.475.000 tonnellate di feci all’anno, vale a dire 31.500 tonnellate al giorno. È come se in Italia dovessimo smaltire gli scarti giornalieri di 25,5 milioni di persone in più rispetto alla popolazione attuale. Un aggravio di cui non si fanno carico i proprietari degli allevamenti, ma la comunità, con rischi concreti per la loro salute.

Come se non bastasse, le zone maggiormente colpite da rischi ambientali e sanitari dovuti agli allevamenti, sono anche quelle in cui la pandemia di coronavirus è stata più devastante. Secondo un recente studio dell’Università di Catania, esisterebbe un collegamento tra inquinamento e maggior impatto del coronavirus. L’inquinamento atmosferico influirebbe negativamente sul rischio di contrarre la malattia e di svilupparla in forma grave, e quindi anche sul numero di terapie intensive e decessi.

Un’alternativa c’è

I numeri parlano chiaro: anche se non li vediamo, gli allevamenti intensivi nel nostro Paese sono decine di migliaia e causano dolore e sofferenza agli animali, inquinano l’ambiente e creano danni gravi alla nostra salute.

La buona notizia è che esiste un’alternativa a tutto questo ed è un’alimentazione a base vegetale. Provala anche tu!

È necessario rivedere la nostra alimentazione per tutelare e salvaguardare gli animali e per mettere al sicuro la salute globale. Scopri come farlo al meglio!

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