Visoni in condizioni di sofferenza: a processo un allevatore italiano


Martina Scalini
Responsabile comunicazione

Si è aperta ieri l’istruttoria del processo a carico del titolare di un allevamento di visoni situato a Galeata, in provincia di Forlì-Cesena, dopo che un nostro esposto aveva fatto partire un’ispezione dei Carabinieri Forestali. 

L’ispezione ha consentito di portare alla luce le condizioni di sofferenza in cui numerosi visoni all’interno dell’allevamento erano costretti a vivere. Sancite anche due sanzioni amministrative di circa 3.000 euro ciascuna per violazione delle disposizioni del D.Lgs. 146/2001, che disciplina le misure minime da rispettare per assicurare il benessere degli animali negli allevamenti.

La denuncia di Essere Animali e la successiva ispezione risalgono al 2018, prima del rilevamento di visoni infetti da coronavirus in diversi Paesi del mondo, inclusa l’Italia, e i successivi casi conclamati di trasmissione del virus mutato dagli animali agli esseri umani. Infatti, dopo i primi casi rilevati a Capralba (CR), è di ieri la notizia di nuovi visoni trovati positivi al SARS-CoV-2 in un allevamento in provincia di Padova.

Al momento dell’ispezione dei Carabinieri Forestali, l’allevamento a Galeata conteneva solo i riproduttori. Su 2.600 animali, quasi un centinaio presentava parti del corpo prive di peli, altri avevano lesioni pregresse e la coda mozzata. Sono stati trovati anche animali con vistose ferite aperte, dovute a comportamenti aggressivi o autolesionistici, molto comuni negli allevamenti di visoni, come rilevato dal nostro consulente in etologia Dott. Enrico Moriconi.

Una pratica vietata dal 2008

In particolare, abbiamo presentato un esposto per detenzione di animali in gabbia, una modalità che, pur essendo adottata da tutti gli allevamenti italiani, sarebbe vietata sin dal 2008.

Le modalità con cui devono essere allevati i visoni sono contenute nel D.Lgs. 26 marzo 2001, n.146, Attuazione della direttiva 98/58/CE relativa alla protezione degli animali negli allevamenti’. Inizialmente, lʼart. 22, comma VIII dell’allegato stabiliva che, a partire dal 1° gennaio 2008, l’allevamento di visoni dovesse avvenire a terra, in recinti dotati di arricchimenti ambientali e di una piccola vasca in cui questi animali semiacquatici potessero perlomeno soddisfare le proprie funzioni etologiche primarie. 

L’allevamento di visoni più grande d’Italia, a Capralba (Cremona), ospita circa 30.000 individui.
© Essere Animali

Prima che il decreto entrasse in vigore, il Ministero della Salute ha emanato una nota in cui lasciava agli allevatori la possibilità di scegliere se adeguarsi al nuovo allevamento a terra o mantenere gli animali in gabbia. Questo, ovviamente, ha stravolto completamente la formulazione del decreto legislativo portando a un nulla di fatto: tutti gli allevatori hanno continuato ad allevare i visoni in gabbia, dimenticando che un decreto è una fonte di legge di rango superiore rispetto alla nota.

Con questa azione legale vogliamo quindi sollevare il problema nato in seno a questa errata interpretazione: l’obbligo di allevare i visoni a terra è in vigore dal 2008 e quindi gli allevamenti devono adeguarsi o chiudere.   

È ora di chiudere gli allevamenti di visoni

Da tempo, con la campagna Visoni Liberi, chiediamo che anche l’Italia introduca il divieto di allevamento animali utilizzati per la produzione di pellicce, già emanato in diversi Paesi dell’UE.

«Il Ministero della Salute prenda atto dei controlli della Forestale nell’allevamento di Galeata e vieti gli allevamenti di visoni» Alessandro Ricciuti, responsabile ufficio legale

L’attuale sospensione fino a febbraio 2021 a causa del coronavirus non basta. Come già più volte chiesto al Ministro della Salute, non c’è più tempo da perdere: è necessario un divieto nazionale definitivo per chiudere gli ultimi 7 allevamenti rimasti. Ormai è evidente quanto questi allevamenti costituiscano una grave minaccia per la salute pubblica oltre che una crudeltà verso gli animali.