Su RAI 3 le contraddizioni della carne brasiliana importata in Italia


Maria Mancuso
Web content editor

La foresta amazzonica brucia per fare largo a monocolture di soia e a pascoli di bovini. La soia brasiliana sfama maiali e pollame allevato in tutto il mondo, la carne invece riempie i nostri scaffali. 

La puntata di Presa Diretta su RAI 3 di ieri sera ha offerto una panoramica approfondita sulla produzione di carne bovina in Brasile, i legami con la deforestazione dell’Amazzonia e il ruolo dei Paesi europei — Italia in testa — in queste dinamiche. Grazie a corruzione, pressioni delle lobby della carne e leggi poco stringenti, la foresta tropicale si sta riducendo a ritmi allarmanti per fare spazio a infinite distese di campi di monocolture di soia e di pascoli destinati ai bovini.  

L’Amazzonia da polmone del mondo sta diventando la Repubblica della soia: una distesa di milioni di ettari dedicata unicamente alla coltivazione di questo legume. Che però, non confondiamoci, non andrà a finire sulle nostre tavole sotto forma di tofu, bevande vegetali, tempeh o edamame. Bensì nelle mangiatoie di miliardi di polli, galline e maiali di tutto il mondo. Di tutta la soia prodotta a livello mondiale, il 70%, è infatti destinata agli allevamenti intensivi. 

Secondo uno studio pubblicato la scorsa estate, The rotten apples of Brazil’s agribusiness, il 20% della soia e il 17% della carne bovina consumate in Europa potrebbero provenire da deforestazione illegale. Da quanto emerge da un altro report, Brazil: Cattle illegally grazed in the Amazon found in supply chain of leading meat-packer JBS, altrettanto chiaro su questo punto, il maggiore produttore di carne al mondo prenderebbe parte a pratiche illegali di “lavaggio del bestiame” (“lava-gado” lingua portoghese). La JBS acquisterebbe bestiame da aziende apparentemente “pulite” che a loro volta si riforniscono da allevamenti che causano deforestazione illegale, aggirando così le leggi contro la distruzione della foresta. In altri casi la JBS avrebbe invece direttamente acquistato bovini allevati in aree dove l’allevamento è proibito. 

deforestazione per produrre carne
Anche i Paesi europei sono coinvolti nella deforestazione dell’Amazzonia.
© Ap photo

Questi non sono casi isolati come dichiarano le stesse autorità brasiliane: conoscere i fornitori dei fornitori è impossibile e qui sta l’escamotage su cui si basa la produzione di carne in Brasile. Per questo motivo, quando l’Unione Europea importa carne congelata dall’Amazzonia, per quanto l’etichetta possa la provenienza legale, non c’è modo di provare che questo corrisponda al vero. Anche se l’esportatore compra carne che rispetta le leggi contro la deforestazione, non è possibile sapere chi sono i fornitori dei suoi fornitori e così sarà fin quando la deforestazione in Brasile continuerà ad essere un problema così diffuso e sistematico.

Tutto questo accade mentre l’Unione Europea lavora a nuovi accordi con il Brasile che porterà a maggiori esportazioni, che nascondendosi dietro l’etichetta di carne tracciata da fornitori puliti, potrebbero provenire da aree deforestate. Senza dimenticare le illegalità come lo scandalo della carne fraca, cioè marcia, nel 2017 ha coinvolto l’industria della carne brasiliana, portando ad arresti anche in grandi aziende leader del mercato.

Il ruolo dell’Italia: carne IGP brasiliana

Sorprenderà molti, ma l’Italia occupa la prima posizione in Europa per importazioni di carne bovina dal Brasile. Carne a buon mercato che però nasconde un costo ambientale altissimo, per non parlare della sofferenza degli animali stessi. 

tassa sulla carne
L’italia nel 2019 ha importato circa 25 mila tonnellate di carne bovina dal Brasile, l’8% dell’import totale di questo prodotto.
© Adobestock

Ma perché importiamo questa carne e cosa ne facciamo? In Italia i preparati di carne non devono necessariamente indicare la provenienza della materia prima — aggiungere un ingredienti permette di non indicarne l’origine — e questo permetta all’industria poca trasparenza. In Italia la carne brasiliana viene usata in buona parte per la produzione a marchio IGP: la bresaola ad esempio, uno dei prodotti italiani più consumati e esportati all’estero, può essere fatta con zebù brasiliano, a patto che si rispetti il disciplinare. Ad oggi il 70% della carne per la produzione di bresaola IGP utilizza materia prima proveniente dal Sud America.

Questo accade, banalmente, perché conviene di più importare da Paesi lontanissimi che produrre in Europa. Tant’è che molti allevatori, come emerge dalle interviste dei giornalisti di Rai3, si sostengono solo grazie ai sussidi della PAC, la politica agricola comune.

Gli allevamenti in Piemonte

Un altro aspetto che emerge dalla puntata è l’apparente sostenibilità della produzione di carne italiana, in particolare quella piemontese, che da quanto traspare viene praticata in piccoli allevamenti e in modalità estensiva.

Le quantità di carne prodotte in questi allevamenti sono ininfluenti per il mercato e il pericolo è che passi il messaggio che la fettina del supermercato provenga da lì.

In realtà, il 71% degli 800 mila bovini presenti in Piemonte viene allevato in strutture con più di 100 capi e il 15% è allevato in strutture che superano i 500 capi. Inoltre osservando la Banca Dati Nazionale dell’anagrafe zootecnica si nota che il 68% di questi animali viene allevato in modo intensivo, per il 16% non è indicato il sistema di produzione, il 15% con metodo transumante e solo l’1% all’aperto o estensivo. Alle contraddizioni insite nel sistema di produzione intensiva di carne si aggiungono i problemi derivanti dal cosiddetto food social gap, cioè la creazione di due filiere, una di carne di maggiore qualità, a filiera corta, destinata a chi può permettersela, e una di carne a basso prezzo, che però è di qualità scadente, prodotta con mangimi di scarsa qualità e proveniente da mega allevamenti in cui gli animali vivono in condizioni pessime.

Tutto questo deve cambiare

Dal servizio di Presa Diretta, che si affianca ad altre trasmissioni che negli ultimi anni si interessano sempre di più all’argomento, emerge che il sistema intensivo di produzione di carne, che sia in Brasile o in Italia ha un unico scopo: massimizzare il profitto a scapito della salute degli animali, del Pianeta e la nostra.

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