Polmoniti in Olanda: potrebbe essere una nuova malattia zoonotica


Maria Mancuso
Web content editor

Non solo COVID-19 e influenza aviaria: in Olanda potrebbe essere emersa una nuova malattia zoonotica che colpisce l’essere umano.   

Alcune analisi recenti effettuate da un team di ricercatori olandesi suggeriscono che le persone che vivono vicino agli allevamenti di capre hanno dal 20% al 55% di possibilità in più di sviluppare una polmonite. Secondo quanto afferma Dick Heederik, esperto di malattie zoonotiche dell’Università di Utrecht, il rischio è maggiore per chi vive in un raggio di 1,5 km da un allevamento e stando a ciò che dice Johanna van der Giessen, microbiologa veterinaria e specialista in malattie zoonotiche, è plausibile che la causa sia da ricondurre a un virus di origine animale. 

Polmoniti sospette e allevamenti di capre: la febbre Q  

Questa non sarebbe la prima volta che gli allevamenti di capre olandesi vengono colpiti da una malattia zoonotica: tra il 2007 e il 2010 un’epidemia di febbre Q ha ucciso 95 persone e si stima che ne abbia infettate circa 50 mila. Per tentare di fermare la diffusione del virus, il governo ha ordinato l’abbattimento di decine di migliaia di capre allevate in 55 stabilimenti del Paese e ha lanciato un programma annuale di vaccinazione degli animali. Per questo motivo, gli esperti sono spinti a escludere che gli attuali casi di polmonite siano da ricondurre alla febbre Q. 

Il batterio responsabile della febbre Q colpisce soprattutto gli ovini — capre e pecore quindi —  ma anche bovini, cani, gatti ed esseri umani. Gli allevatori sono ovviamente più a rischio di contrarre la malattia perché il contagio nelle persone avviene tramite il contatto con i fluidi corporei degli animali infetti, oppure respirando le particelle di terra e fieno dove hanno riposato questi animali. I sintomi negli esseri umani sono quelli di una normale influenza, ma si può anche essere asintomatici. 

Gli allevamenti intensivi sono un fattore di rischio per le pandemie

Come affermato da Lidwien Smit — uno dei ricercatori dell’Università di Utrecht ad aver scoperto tassi di polmonite più elevati nelle persone che vivono vicino agli allevamenti di capre — «una maggiore densità di animali per allevamento può contribuire a malattie infettive». 

Un agente infettivo, infatti, non nasce dal nulla: come afferma un report delle Nazioni Unite pubblicato l’anno scorso,  l’allevamento intensivo è da considerarsi uno dei fattori di rischio principali per l’insorgenza di pandemie.

Negli ultimi dieci anni, circa il 75% delle nuove malattie che hanno colpito l’essere umano è stato trasmesso da animali o da prodotti di origine animale. La distruzione degli habitat naturali per far largo a monocolture che servono da mangimi agli animali, la costruzione di enormi allevamenti intensivi in zone attigue alle foreste dove vivono animali selvatici, la concentrazione di migliaia di animali in luoghi sovraffollati con condizioni igieniche precarie, sono tutte condizioni che possono portare a una mutazione genetica capace di trasmettersi all’essere umano e a uno spillover, cioè al salto di specie.

Inoltre, la selezione genetica degli animali e l’utilizzo di massicce dosi di farmaci all’interno degli allevamenti permettono che un virus possa diffondersi senza incontrare una variante genetica capace di fermarlo. In altre parole, gli allevamenti intensivi sono veri e propri incubatori di virus e mettono in pericolo la salute pubblica.

Tutto questo è noto da tempo, ma affinché le cose cambino bisogna agire subito. Se da una parte l’attuazione di politiche che portino alla chiusura degli allevamenti intensivi è fondamentale, dall’altra non bisogna dimenticare che anche le nostre scelte hanno un peso. Ciò che possiamo fare oggi, concretamente, per non contribuire a tenere in piedi un sistema crudele verso gli animali e pericoloso per la nostra salute, è cambiare le nostre abitudini alimentari. E farlo non è mai stato così facile.

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