I fondi europei a chi inquina di più: gli allevamenti intensivi

maiali in allevamento intensivo italiano
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I fondi europei a chi inquina di più: gli allevamenti intensivi


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Maria Mancuso
Web content editor di Essere Animali

Secondo un’indagine svolta da Greenpeace, circa la metà dei fondi europei all’agricoltura destinati alla Lombardia nel 2018 sono stati assegnati agli allevamenti presenti nei territori a maggior rischio ambientale. Da “Fondi pubblici in pasto ai maiali” emerge che ben 120 milioni di euro sono stati erogati alle strutture situate nei 168 comuni a rischio ambientale per eccessivo carico di azoto.

Incrociando i dati contenuti in una relazione tecnica pubblicata dalla regione Lombardia che evidenzia la quantità di azoto prodotta dagli allevamenti presenti sul territorio con il database della Politica Agricola Comune (PAC), l’unità investigativa di Greenpeace è riuscita a gettare luce su un quadro davvero preoccupante. Vediamo perché. 

L’esposizione ai composti dell’azoto può provocare il cancro

La quantità di azoto presente in un terreno è definita per legge, in quanto un accumulo eccessivo aumenta il rischio di inquinamento di quel territorio. Il letame può essere utilizzato come fertilizzante e quindi distribuito nei campi, ma essendo ricco di azoto può rappresentare un grave problema ambientale, perché può raggiungere le acque sotterranee sotto forma di nitrati, comportando un pericolo per la qualità dell’acqua che beviamo.

Liquami zootecnici: spargimento fuori controllo in pianura padana

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali consente di inquinare ancora di più l'aria. È stato permesso agli allevatori di spandere i liquami zootecnici nei campi durante l'inverno. Questa decisione ha dirette conseguenze sull'aumento delle polveri sottili nell'aria che già nei primi mesi di quest'anno registra parametri oltre i limiti in tutto il Nord. Legambiente Onlus ha denunciato l'accaduto alla Commissione Europea.

Posted by Essere Animali on Thursday, March 12, 2020

Come spiega Carlo Modonesi, membro del Comitato scientifico dell’Associazione medici per l’ambiente (ISDE), l’esposizione umana a nitrati (composti dell’azoto) a livelli superiori ai limiti di sicurezza può essere causa di malattie anche molto gravi, soprattutto a carico di neonati e bambini. Per questo motivo, lo IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro facente capo all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha incluso i nitrati nel gruppo dei “probabili cancerogeni per l’uomo”, al pari delle carni processate.

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Azoto e i nitrati sono presenti in grandi quantità nel letame prodotto negli allevamenti intensivi e quando esiste una densità molto alta di allevamenti in un territorio limitato, come nel caso di alcune zone della Lombardia, «è difficile trovare una modalità sostenibile di spandimento delle deiezioni», chiarisce Pierluigi Viaroli, docente all’Università di Parma ed esperto di eutrofizzazione e qualità delle acque. Questo fa sì che i liquami diventino un fattore inquinante di quell’ambiente. Nel 1991 l’Unione Europea ha visto la necessità di imporre un limite di carico di azoto che ogni terreno può assorbire e ha regolamentato lo spandimento dei liquami tramite la Direttiva Nitrati (91/676/CEE). Secondo i limiti imposti da questa direttiva, in un comune lombardo su dieci (l’11%) il numero di capi di bestiame allevati è talmente alto che il limite di legge non può essere rispettato: la capacità del suo territorio di assorbire l’azoto proveniente dagli allevamenti intensivi risulta insufficiente. Questo vuol dire che i cittadini che vivono nei 168 comuni che superano il limite legale annuo di azoto rischiano seri problemi di salute a causa della presenza di questi allevamenti.

Perché è un problema che riguarda soprattutto la Lombardia?

In Lombardia vive il 50% dei suini presenti nell’intero Paese e cioè 4.3 milioni di capi, tre volte l’intera popolazione di Milano (1,4 milioni) e più dell’intera provincia (la città metropolitana di Milano non supera i 3,2 milioni di abitanti). La densità della popolazione suina in Lombardia è di circa 180 per chilometro quadrato, un numero strabiliante paragonato ai 3,3 della Calabria, ai 23,5 dell’Umbria e persino ai 49,2 maiali per chilometro quadrato dell’Emilia Romagna.

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Posted by Essere Animali on Thursday, November 8, 2018

È proprio per via dell’eccezionale densità di animali negli allevamenti intensivi che la Regione Lombardia ha deciso di misurare l’impatto delle deiezioni sul territorio, considerando i limiti imposti dalla Direttiva Nitrati. L’Unione Europea ha chiesto ad ogni Paese di individuare quali zone siano vulnerabili da nitrati (ZVN), territori «caratterizzati da acque già contaminate o che potrebbero diventare tali in assenza di interventi adeguati». In queste zone il limite legale di azoto al campo annuo che deriva dalle deiezioni animali corrisponde a 170 chili per ogni ettaro, mentre nei terreni non vulnerabili è il doppio. Finora l’Italia ha dimostrato carenze nella designazione delle zone vulnerabili da nitrati, nei monitoraggi delle acque, e nell’adozione di misure supplementari per contrastare l’inquinamento da nitrati e per questo motivo è sotto procedura di infrazione da parte della Commissione europea (n. 2018/2249).

A chi vanno i sussidi della PAC?

Da quanto risulta dalla relazione tecnica della Regione: «il limite di 170 chili/ettaro di azoto è superato in gran parte delle aree agricole di pianura delle province di Bergamo e Brescia, nella parte sudoccidentale e nordoccidentale (al confine con la provincia di Brescia) della provincia di Mantova, nel settore settentrionale della provincia di Cremona e in alcuni comuni della provincia di Lodi. In alcuni comuni viene frequentemente superato anche il limite di 340 chili/ettaro». Malgrado i rischi, secondo quanto emerge dall’indagine di Greenpeace, i 40 comuni lombardi in cui gli allevamenti hanno ricevuto più sussidi si trovano tutti nelle zone vulnerabili da nitrati e oltre l’80% di questi ha superato il limite di carico di azoto imposto dalla Direttiva Nitrati. Come se non bastasse, tra dicembre 2018 e gennaio 2020, 33 di questi comuni hanno approvato almeno dieci progetti di costruzione o di ampliamento di allevamenti.

Deroghe e pochi controlli 

Ci si aspetterebbe a questo punto di leggere come la Regione Lombardia – prima in Italia per importanza economica e uno dei quattro motori d’Europa – pensa di far fronte a questa situazione allarmante, forse con normative più severe e controlli rigorosi. 

E invece è proprio il contrario: lo scorso dicembre la Regione Lombardia ha fatto richiesta di innalzare ulteriormente i limiti in deroga dello spandimento di liquami «oltre l’attuale di 250 chili/ettaro concesso fino a oggi per le aziende in deroga», dichiara Fabio Rolfi, assessore all’agricoltura, alimentazione e sistemi verdi della Regione Lombardia. Questo andrà a beneficiare esclusivamente le aziende che smaltiscono il letame, mettendo a rischio la salute delle persone. E in fatto di ispezioni in loco? Nella regione si effettuano solo nel 4% degli allevamenti e solo l’1% dei trasporti di refluo è ispezionato. Numeri irrisori, che non lasciano presagire nulla di buono in fatto di tutela dell’ambiente e della salute umana.

I fondi pubblici dovrebbero finanziare il bene pubblico

Secondo Angelo Frascarelli, professore di Economia ed Estimo Rurale all’Università di Perugia e uno dei massimi esperti della PAC, i finanziamenti europei alla zootecnia potrebbero giocare un ruolo importante nella riduzione dell’impatto degli allevamenti: «Per anni, soprattutto dal 1964 al 2004, la Politica Agricola Comune ha finanziato gli allevamenti intensivi. L’ottica era quella di incentivare la produzione poiché era il cibo ad essere scarso. Adesso, invece, la risorsa scarsa è l’ambiente». Chi riceve finanziamenti di questo tipo dovrebbe attenersi a rigide norme ambientali e rispettare il patrimonio più importante che abbiamo: l’ecosistema. I fondi pubblici, a cui contribuiscono tutti i Paesi e quindi noi cittadini dell’Unione, dovrebbero essere erogati solo a chi si impegna a produrre attenendosi alle regole, a chi offre un miglioramento alla società nel rispetto del territorio.

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Chi avrebbe più diritto a goderne dunque? Nella sua strategia Farm to Fork presentata il mese scorso, la stessa Unione Europea afferma che: «un’alimentazione sana e basata su vegetali riduce il rischio di epidemie e l’impatto sull’ambiente del nostro sistema alimentare». Pretendiamo che queste siano le parole d’ordine anche nell’erogazione dei fondi della Politica Agricola Comune, affinché il profitto di pochi non vada a discapito della salute di tutti.


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