Antibiotico resistenza e allevamento intensivo: tutto quello che c’è da sapere

Maialino a cui viene somministrato antibiotico in allevamento italiano
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Antibiotico resistenza e allevamento intensivo: tutto quello che c’è da sapere


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Lorenzo Bertolesi
Digital copywriter

L’uso generalizzato e sistematico di antibiotici negli allevamenti intensivi sta contribuendo al fenomeno dell’antibiotico resistenza, una minaccia per la salute globale.

Ognuno di noi ha dovuto prendere questi farmaci almeno una volta nella vita e, fatta qualche eccezione, diamo per scontato che abbiano effetto, che ci curino. Purtroppo, senza un cambiamento radicale nelle pratiche di allevamento degli animali, questo potrebbe presto cambiare, riportandoci all’era pre-antibiotica.

Che cos’è l’antibiotico resistenza?

Gli antibiotici sono farmaci che impediscono lo sviluppo di batteri e che quindi sono essenziali per il trattamento di infezioni batteriche. Da quando all’inizio del ‘900 sono stati messi in commercio, hanno portato a un miglioramento generale della salute umana. 

Negli ultimi anni, tuttavia, sono aumentati gli studi che mettono in guardia sui rischi legati all’antibiotico resistenza, il processo per cui i batteri riescono a resistere agli antibiotici che in passato potevano debellarli. Alla base di questo processo vi è la selezione naturale, che spinge i batteri ad adattarsi in modo da resistere ai farmaci. Un processo inevitabile, ma che viene agevolato e accelerato da un uso eccessivo di antibiotici, come avviene negli allevamenti.

Questo fenomeno rappresenta un problema globale di salute pubblica e determina costi sanitari elevati, degenze ospedaliere prolungate e soprattutto un incremento della mortalità per chi viene infettato da un batterio resistente.

Nel 2019 più di 1,2 milioni di persone sono morte a causa di questo fenomeno, un numero che nel 2050 si stima potrebbe salire fino a 10 milioni. Solo nell’Unione Europea nel 2020 sono morte oltre 35.000 persone a causa dell’antibiotico resistenza, di cui quasi un terzo in Italia. Si parla infatti di una “pandemia silenziosa”.

Batteri resistenti agli antibiotici: una spiegazione

Partiamo dal principio e diciamo in due parole cosa sono i batteri: sono microrganismi semplici unicellulari che possono avere un’interazione positiva con gli esseri umani o gli animali (come i batteri che vivono nel nostro intestino) ma che possono anche essere causa di malattie come la polmonite o la salmonella. Questi organismi si riproducono per scissione e può capitare che ci sia una mutazione casuale del DNA che può casualmente fornire una resistenza a un particolare antibiotico.

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Le mutazioni casuali possono avvenire in tutti gli esseri viventi. Qual è il problema in questo caso? Che i batteri si riproducono a una velocità spaventosa, e con ogni riproduzione si diffonde anche la mutazione che genera resistenza. E quando arriva l’antibiotico, spazza via quasi tutti i nostri batteri tranne quelli che casualmente hanno avuto una mutazione. Questa è la selezione naturale: i batteri resistenti all’antibiotico, infatti, sopravvivono all’azione dell’antibiotico e continuano a moltiplicarsi. A questo punto il nostro antibiotico è diventato inutile per curare l’infezione iniziale, ed è molto probabile che questa nuova popolazione di batteri infetti anche altri organismi.

Allevamenti intensivi e antibiotico resistenza: come funziona

Questo è in breve come funziona la formazione dei batteri resistenti agli antibiotici. Ovviamente più antibiotici si usano, più questo processo si accelera e in questo gli allevamenti hanno un ruolo cruciale.

L’uso di antibiotici è una conseguenza delle condizioni di vita degli animali – come l’alta densità, lo stress a cui sono sottoposti gli animali e le condizioni igieniche – che favoriscono l’insorgenza e la diffusione di malattie.

C’è anche un altro aspetto cruciale. Negli allevamenti intensivi sono presenti animali selezionati geneticamente per essere più produttivi. Una conseguenza negativa di questa selezione è la presenza di individui con sistemi immunitari più deboli, quindi più predisposti ad ammalarsi. E siccome vengono selezionati sempre gli stessi tratti genetici, anche a livello di popolazione il gruppo di animali è meno resistente alle malattie.

Negli allevamenti l’impiego di antibiotici può essere di tre tipi:

  • terapeutico: per trattare un animale malato a seguito di una specifica diagnosi;
  • metafilattico: per trattare un intero gruppo di animali che sono stati a contatto con l’esemplare malato;
  • profilattico: per trattare gli animali in modo preventivo, prima ancora che qualcuno manifesti dei sintomi specifici di una determinata malattia.

Per contenere l’antibiotico-resistenza, la comunità è concorde nel sostenere che gli antibiotici dovrebbero essere utilizzati esclusivamente a scopo terapeutico, a seguito di specifica diagnosi e che i trattamenti di massa a scopo metafilattico e soprattutto a scopo profilattico dovrebbero essere evitati o fortemente limitati. Peccato che quasi sempre sono distribuiti a tutti gli animali, diluiti in acqua o miscelati nel cibo.

latte-antibiotici negli allevamenti intensivi
Durante una delle nostre indagini abbiamo visto iniezioni endovenose eseguite da personale non qualificato a mucche di un allevamento che produceva latte.
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Abbiamo documentato più volte l’uso profilattico degli antibiotici negli allevamenti intensivi. Durante le nostre indagini sotto copertura, abbiamo visto operatori somministrare antibiotici mescolati al cibo a tutti gli animali, anche a maiali di pochi giorni senza valutazione veterinaria e senza alcuna evidenza di patologie specifiche. Per mantenere in vita il maggior numero di animali si ricorre regolarmente a un uso massiccio di antibiotici. E nonostante la nuova normativa europea vieti i trattamenti di massa preventivi negli allevamenti, i dati mostrano che la maggior parte degli antibiotici venduti per uso zootecnico in Italia nel 2022 è stata utilizzata proprio per trattamenti di gruppo.

Il ricorso massiccio agli antibiotici in questi luoghi crea quindi un effetto a catena che, nel tempo, contribuisce a selezionare tantissimi batteri resistenti a un numero sempre maggiore di antibiotici. Immaginate quante di questi ci possono essere in un allevamento!

Perché è un problema per l’ambiente?

Com’è facile immaginare, le enormi quantità di antibiotici utilizzati negli allevamenti rappresentano un grave problema anche per l’ambiente. Un rapporto di Greenpeace del 2018 ha messo in luce come la presenza di allevamenti intensivi in Lombardia – e in particolare nella provincia di Brescia – abbia un impatto drammatico sulla salute dei fiumi circostanti, dove sono state trovate tracce di farmaci veterinari, inclusi antibiotici.

antibiotici usati trovati in un allevamento
Negli allevamenti troviamo spesso enormi quantità di medicinali e antibiotici usati, come nell’immagine sopra.
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A Roggia Savarona, in provincia di Brescia, sono stati rilevati 11 diversi tipi di farmaci, 7 dei quali antibiotici. Si tratta del numero più alto riscontrato in un singolo campione.

Non va meglio nel resto d’Europa, dove l’analisi di Greenpeace ha rilevato tracce di farmaci diversi in quasi l’80% dei campioni, per un totale di 21 sostanze. 12 di queste sono risultate essere antibiotici.

Perché è problema per la salute umana?

Come afferma il Ministero della Salute: «Senza antibiotici efficaci potremmo tornare all’era pre-antibiotica, quando i trapianti di organi, la chemioterapia per il cancro, la terapia intensiva e tutte le altre procedure mediche, incluse alcune cure odontoiatriche, non sarebbero più possibili senza l’insorgenza di infezioni anche gravi. Le malattie batteriche si diffonderebbero e, non potendo più essere curate, causerebbero la morte». La relazione tra impiego di antibiotici nel settore zootecnico e sviluppo di antibiotico resistenza, così come il rischio di trasmissione di batteri resistenti all’uomo, sono dimostrati.

Il grande impiego di antibiotici negli allevamenti contribuisce a selezionare popolazioni di batteri sempre più resistenti ai principi attivi impiegati ed esistono molteplici vie di trasmissione perché questi batteri resistenti possano trasmettersi all’essere umani. Tra le vie primarie di diffusione c’è il contatto diretto con gli animali, che riguarda soprattutto le persone che lavorano negli allevamenti e negli impianti di trasformazione, ma il rischio arriva anche alle porte di casa, perché batteri resistenti possono essere presenti nella carne che compriamo e contaminare gli utensili e gli altri alimenti con cui vengono a contatto prima di essere cotti. Un altro problema è poi quello dei residui di antibiotici negli alimenti che, anche se presenti con concentrazioni sotto i limiti di legge, possono sollevare qualche criticità.

Come afferma il pediatra e gastroenterologo Ruggiero Francavilla: «l’assunzione costante di piccole dosi di antibiotico con gli alimenti, determina una pressione selettiva sulla normale flora batterica intestinale a vantaggio dei batteri resistenti agli antibiotici che diventano più rappresentati; questa informazione genetica viene trasferita ad altri batteri anche patogeni».

In Italia il problema è particolarmente grave e dai dati pubblicati nell’ultimo piano di monitoraggio del Ministero è evidente che, rispetto alla media europea, la presenza di batteri multiresistenti è ancora elevata soprattutto nelle filiere italiane di polli allevati per la produzione di carne. In Italia, infatti, sin dal 2014 le filiere hanno mostrato una proporzione più elevata di E. coli produttore di ESBL/AmpC in confronto alla media europea. I batteri produttori di ESBL producono un enzima (ß-lattamasi a spettro esteso) che li rende resistenti a diversi tipi di antibiotici, tra cui anche alcuni considerati critici per la salute umana come le cefalosporine di terza e quarta generazione e i fluorochinoloni.

Il nostro report sulla carne di pollo Lidl

A conferma di questi dati c’è anche il nostro report di analisi su alcuni prodotti di carne di pollo venduti da Lidl.

Un totale di 142 prodotti Lidl provenienti da diversi Lidl in Italia e altri Paesi europei sono stati microbiologicamente testati da un laboratorio indipendente e i dati hanno mostrato la contaminazione da agenti potenzialmente patogeni e da batteri resistenti agli antibiotici: positivo quasi un campione su due nel nostro Paese.

Le cose devono cambiare

Negli ultimi anni gli sforzi delle istituzioni contro l’abuso di antibiotici sono aumentati. Gli specialisti ci ricordano che questi farmaci possono essere usati esclusivamente per il trattamento delle infezioni causate da batteri, e non per altri disturbi come una semplice tosse o raffreddore. Ci viene chiesto di utilizzarli soltanto su prescrizione medica e di seguire con accuratezza le indicazioni. Questa cautela è doverosa. Come abbiamo visto, gli antibiotici sono un salvavita e bisogna fare di tutto perché l’antibiotico resistenza rimanga un fenomeno limitato. Una domanda tuttavia sorge spontanea: perché tutta questa prudenza viene meno nel caso degli allevamenti intensivi? 

Noi chiediamo che le istituzioni mettano al centro delle loro iniziative la salute di tutti, animali compresi, perché gli allevamenti intensivi smettano di essere una minaccia per il benessere del pianeta.

È necessario rivedere la nostra alimentazione per tutelare e salvaguardare gli animali e per mettere al sicuro la salute globale. Scopri come farlo al meglio!

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