10 foto che mostrano il collegamento tra desertificazione e gli allevamenti intensivi


Maria Mancuso
Web content editor di Essere Animali

Negli ultimi decenni, la desertificazione si è imposta all’attenzione pubblica mondiale come una delle minacce ambientali più preoccupanti. È più che mai urgente capire quale sia il contributo dell’uomo nell’aggravare questo fenomeno e quali passi possiamo fare per diminuire il nostro impatto.

La desertificazione, contrariamente a quanto si pensa, è un insieme di processi che portano alla degradazione di un terreno e colpisce non solo aree adiacenti a deserti, ma anche zone vulnerabili all’erosione, per esempio a causa di squilibri nella gestione del territorio e delle risorse idriche.

Coltivazione presso area desertificata
Quando si parla di desertificazione si tende a confonderlo con il fenomeno della desertizzazione, l’avanzare del deserto, quindi l’ampliamento di superfici aride in zone che sono già improduttive.
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Nel 1994, a Parigi, in occasione dell’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Siccità e alla Desertificazione (UNCCD) è stata adottata una definizione universale del fenomeno, vale a dire «il degrado delle terre aride, semi-aride e sub-umide secche attribuibile a varie cause, fra le quali le variazioni climatiche e le attività umane» (UNCCD, 1994).

Terra secca per desertificazione
La degradazione è spesso legata alle pratiche agricole. Il successivo abbandono dei campi contribuisce all’avanzare del problema.
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Le Nazioni Unite stimano che il 70% dei terreni ora adibiti a pascolo siano in via di desertificazione.
Erosione per desertificazione
Fino a qualche decennio fa la desertificazione era considerata un evento dovuto a cause ambientali, col tempo è stato riconosciuto come un fenomeno complesso, le cui cause includono fattori antropici.
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Il ruolo dell’allevamento 

Tra le cause di degradazione del suolo, la zootecnia ha un ruolo fondamentale, in quanto provoca il sovrasfruttamento e il deterioramento di vasti territori, come spiegano gli studiosi dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica a Cosenza.

In Brasile enormi porzioni di foresta sono state sostituite da allevamenti di bovini.
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In particolare, il principale fattore di degradazione del suolo è l’overgrazing (letteralmente il pascolo eccessivo), strettamente legato all’allevamento intensivo, in particolare dei bovini. Quando una zona di pascolo viene sfruttata oltre misura, il bestiame compatta il suolo con gli zoccoli e strappa la vegetazione, causando erosione del terreno che, a sua volta, può essere all’origine di disastri idrogeologici.

Perdita di biodiversità

L’agricoltura di tipo intensivo e la specializzazione delle colture sono due fattori che hanno comportato negli anni seri fenomeni di degradazione del suolo. Facendo largo uso di pesticidi e coltivazioni ogm, le monocolture impoveriscono il terreno, rendendolo più arido, e contribuiscono alla scomparsa di altra vegetazione e alla perdita di biodiversità, portando anche a gravi problemi sociali come l’espulsione dei contadini dalle campagne.

Campo agricolo di mais
Le piantagioni di granturco geneticamente modificato sono largamente diffuse negli Stati Uniti.
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Deforestazione 

In Brasile, il centro mondiale di produzione della soia, la superficie coltivata è cresciuta del 250% dal 1990 e la coltivazione di questa leguminosa rappresenta la principale causa di deforestazione del Paese. Secondo la FAO, il crescente fabbisogno di proteine vegetali in campo zootecnico ha determinato negli ultimi 30 anni un incremento della produzione mondiale di soia pari al 240%.

Deforestazione in Amazzonia
Secondo Greenpeace Brazil tra agosto 2017 e luglio 2018 sono stati tagliati 1.885 miliardi di alberi in un’area dalle dimensioni di 987.500 campi da calcio.
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Ma non dobbiamo pensare che questo aumento sia da far risalire alla crescente domanda di prodotti veg come il latte di soia o il tofu: oltre il 70% della soia prodotta a livello globale è destinata agli allevamenti intensivi come mangime per gli animali. Solo il 7% viene consumata dall’uomo, mentre il 12% è impiegata come biocarburante.

Non solo in Amazzonia

L’accaparramento di terre da destinare alla produzione di soia, che va di pari passo con l’aumento della domanda di mangimi animali, è uno dei fattori che dà impulso al disboscamento delle foreste tropicali. La deforestazione oggi si concentra maggiormente nei Paesi in via di sviluppo tra America Latina, Caraibi, Africa Sub-Sahariana e del Sud-Est Asiatico.

deforestazione per produrre carne
Nel solo Brasile sono diventati campi di soia e di altri mangimi destinati agli animali degli allevamenti il 62% delle aree deforestate.
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Oggi si calcola che circa un terzo delle foreste originarie del pianeta sia scomparso e ciò che resta sia stato profondamente alterato. Una ricerca pubblicata su Global Environmental Change segnala che negli ultimi 50 anni la produzione di alimenti di origine animale è stata responsabile del 65% della conversione dei terreni e dell’espansione delle coltivazioni a livello globale, a discapito di foreste, savane e terreni erbosi.

Incendi boschivi 

Un altro fattore da non trascurare nel processo di deforestazione ed erosione del suolo sono i sempre più frequenti incendi boschivi. Questi provocano la riduzione della capacità di ritenzione dell’acqua da parte del suolo e di conseguenza l’impoverimento delle risorse idriche sottostanti.

mucche in campo
Bestiame al pascolo in un paesaggio arido e bruciato dal fuoco vicino a Corryong. Australia, 2020.
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In Amazzonia, lo scorso agosto sono stati registrati 30 mila roghi, con un aumento del 196% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Non è un caso che il 75% dei focolai si sia verificato in aree che fino al 2017 erano coperte dalle foreste e che successivamente sono state deforestate o degradate per lasciar spazio a pascoli o aree agricole. Gli incendi sono una dimostrazione del fatto che la deforestazione viene considerata un “effetto collaterale” dell’agricoltura industriale nella foresta, ma non dobbiamo pensare che ciò che accade in Amazzonia non ci riguardi: con più di 27 mila tonnellate di carne bovina importata ogni anno (dati Eurostat 2018) l’Italia è il secondo acquirente di manzo brasiliano in Europa.

Consumo di risorse idriche  

Da non dimenticare infine il consumo di acqua potabile, una risorsa sempre più scarsa. La produzione e il consumo di carne pesano gravemente sull’impoverimento e l’inquinamento delle risorse idriche globali.

Allevamento di mucche
Migliaia di bovini di razza Brahman vicino al golfo di carpentaria, nel Queensland settentrionale, in Australia.
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Si calcola che il 29% dell’impronta idrica totale del settore dell’agribusiness sia da far risalire alla produzione di prodotti animali, e di questa, un terzo dipende dalla produzione di carne bovina. Secondo l’ONU, un burger vegano consuma dal 75 al 95% di acqua in meno rispetto alla carne di manzo.

E in Italia?

Il nostro Paese, come tutto il bacino del Mediterraneo, è a forte rischio di desertificazione. Le regioni più vulnerabili sono quelle meridionali e in particolare Sardegna e Sicilia per via della scarsa copertura forestale, la presenza di aree naturali denudate e la dominanza di pascoli eccessivamente sfruttati.

Zona soggetta a sfruttamento del pascolo
Area sfruttata per il pascolo estivo in Italia.
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Da quanto emerge dal report Risorse forestali e rischio di desertificazione in Italia: «soprattutto dove la disponibilità di foraggio è più ridotta per motivi climatici, alla crescita del patrimonio zootecnico è corrisposto lo sfruttamento intensivo dei pascoli o la trasformazione in pascoli di terreni non adatti a tale uso con il risultato di un ulteriore degrado del suolo».

Cosa fare?

Per ridurre l’erosione del terreno e la conseguente desertificazione è necessario diminuire drasticamente il nostro consumo di prodotti di origine animale. Un esempio? Per produrre 200 ml di latte vaccino ogni giorno per un anno bisogna sfruttare 650 metri quadrati di terreno, l’equivalente di due campi da tennis. Per il corrispettivo d’avena, basterebbe un decimo di suolo per ottenere la stessa fornitura. C’è una correlazione diretta fra le nostre scelte alimentari e i processi di degradazione del territorio a livello locale e mondiale. Per mantenere il pianeta in buona salute bisogna cambiare.

Ogni volta che ci sediamo a tavola possiamo contribuire a creare un mondo migliore. Uno dei modi più efficaci per ridurre la propria impronta ecologica è evitare i prodotti di origine animale. Scopri che impatto hanno le fonti di proteine che scegli di inserire nella tua alimentazione quotidiana sul Foot Print Calculator.