Pellicce, anche le aste crollano, siamo sempre più vicini al lieto fine

Scritto il 17 Aprile 2020
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san francisco vieta vendita di pellicce

Il settore delle pellicce sta affrontando, ormai da diverso tempo, una crisi che pare inarrestabile. Lo confermano i dati inequivocabili delle recenti aste, su tutte Saga Furs, che hanno visto un netto calo dei prezzi e degli acquisti.

Le associazioni animaliste hanno intensificato le campagne di sensibilizzazione e le persone si mostrano sempre più consapevoli della realtà che si cela dietro lo sfruttamento degli animali. Così la pelliccia viene considerata dai più come un prodotto anacronistico ottenuto con pratiche crudeli e inaccettabili. Persino molti stilisti di fama mondiale hanno compiuto un passo storico escludendo finalmente le pellicce dalle loro ultime collezioni.

La crisi dell’asta Saga Furs e il crollo della Nafa

La pelliccia è un prodotto che non può essere né standardizzato né venduto con il solo ausilio di schede tecniche come avviene per altri prodotti commerciali. Per questo motivo il prezzo delle pelli grezze è determinato nell’ambito di aste internazionali.

Proprio in questi giorni si sta concludendo Saga Furs, una delle aste scandinave più importanti al mondo, di proprietà dell’industria della pelliccia finlandese. L’asta, causa la recente pandemia del Covid-19, si sta svolgendo on line e in questi giorni giunge al termine con risultati disastrosi.

I dati attuali mostrano le vendite ferme, rispetto alla disponibilità totale dei capi, al 44% per quanto riguarda le pellicce di visone, al 14% per quelle di volpe e addirittura al 9% per quelle di procione.

Molti capi risultano invenduti e senza acquirenti nonostante i prezzi sempre più bassi, evidenziando un declino che va avanti da tempo. Già nel 2018, infatti, Saga Furs aveva visto crollare le proprie vendite e i conseguenti ricavi.

Una crisi analoga ha investito soltanto pochi mesi fa NAFA (North American Fur Auctions), la più grande casa d’aste del Nord America e la seconda al mondo, in bancarotta dopo la decisione di alcuni importanti finanziatori di non investire più nel settore, che evidentemente porta ormai solo scarsi guadagni.

A fine aprile, nel peggior momento sino ad oggi riscontrato dall’industria delle pellicce, avrà luogo un’altra grande asta di livello mondiale, quella organizzata dalla Kopenhagen Furs. Anche in questo caso si svolgerà inevitabilmente on line, con premesse che preannunciano un ulteriore calo dei prezzi e delle vendite. Secondo la stessa Kopenhagen Furs, se guardiamo anche solo alle pellicce di visone, nel 2020 queste incontreranno un calo del 35%.

La situazione globale fotografa un settore in netta difficoltà

📷 La vita a cui sono costretti gli animali è piena di sofferenze e crudeltà. © Essere Animali

Cala la domanda e, con essa, scendono i prezzi e diminuiscono gli animali utilizzati per le pellicce. La situazione attuale pare immortalare una crisi che si ripercuote ovunque, a livello globale. Non solo grandi case di moda – tra cui Versace, Armani, Gucci, Hugo Boss, Burberry – hanno deciso di sposare una moda ‘fur free’, ma anche diverse importanti banche, per motivi etici e finanziari, non finanzieranno più il settore delle pellicce. Tra questa la ING, la RABOBANK e la EUROPEAN BANK, e ciò lascia immaginare una caduta senza fine di un ambito ormai danneggiato gravemente.

Giungono importanti novità e notevoli passi avanti anche dai vari governi. Lo scorso ottobre, proprio in concomitanza con il default della Nafa, la California ha scritto una pagina importante che cambierà il destino degli animali. Con un divieto che entrerà in vigore nel 2023, sarà infatti proibita la produzione e la vendita di abiti, scarpe o borse contenenti pelliccia di animale.

L’Europa non resta di certo a guardare. Gli allevamenti di animali da pelliccia sono vietati, o normati così rigidamente da non essere di fatto realizzabili, in ben 15 Stati europei. Da menzionare il caso della Polonia,che era diventata in pochi anni il paese con la produzione più alta del continente ed il terzo nel mondo. Oggi segue il trend e paga la crisi.

Dal 2016 ad oggi la Polonia ha registrato la chiusura di quasi 200 allevamenti (40 di queste soltanto nei primi due mesi del 2020) e la produzione è passata in pochi anni da 10 milioni di visoni uccisi ai 5,5 attuali.

Ma la crisi non si arresta, si prevedono ancora molte chiusure e anche in questo paese è in corso un dibattito parlamentare per valutare il divieto di allevamento degli animali da pelliccia. Un passo che occorrerebbe realizzare al più presto anche in Italia.

LEGGI ANCHE→ Pellicce: in Italia drastico calo dei visoni uccisi

L’impegno di Essere Animali e l’attuale situazione in Italia

Protesta per i visoni

📷 Una delle proteste organizzate per chiedere il divieto di allevamento di visoni. © Essere Animali

Negli anni abbiamo realizzato ben 3 indagini dedicate agli animali da pelliccia. Con le immagini documentate abbiamo portato alla luce le crudeli condizioni riservate ai visioni, l’unica specie ancora allevata in Italia per le pellicce.

Sono animali con un’indole selvatica, solitaria e semiacquatica, che negli allevamenti sono invece rinchiusi all’interno di minuscole gabbie in rete di metallo. Si tratta di strutture sospese da terra, senza alcuna possibilità di accedere all’acqua e in cui gli animali sono sottoposti a condizioni quotidiane estreme. In questa situazione sono inevitabili ferite e forte stress, con conseguenti aggressioni tra loro che arrivano anche a vere e proprie mutilazioni.

Quello dei visoni è un destino crudele che ci ha portato a impegnarci anche in difesa di questi animali. La campagna #VisoniLiberi, attiva già da diversi anni e rilanciata da un nuovo sito, ci ha visti impegnati con manifestazioni, proteste e azioni legali che hanno contribuito alla chiusura di diverse strutture (ben 9 soltanto negli ultimi 3 anni) e ad impedire l’apertura di nuove attività. Dati incoraggianti, ma che ancora non bastano. Infatti non ci fermeremo fino a quando non ci sarà più alcun visone allevato in Italia.

Ad oggi sono ancora attivi 10 allevamenti, per un totale di circa 100.000 animali allevati. Per questo, stiamo stimolando la politica affinché metta definitivamente la parola ‘fine’, con una legge nazionale, a questa pratica di allevamento, crudele e fuori dal tempo.

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