Macachi nei laboratori: le nostre immagini hanno rivelato una realtà asettica piena di tristezza

Scritto il 24 Aprile 2020
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macachi in laboratorio

La giornata mondiale degli animali nei laboratori esiste per ricordarci che dietro a un lodevole sistema di ricerca volto a migliorare la nostra società e le nostre conoscenze scientifiche, ce n’è anche uno di sfruttamento di cui si parla ancora troppo poco: quello degli animali usati nella sperimentazione.

Per la difficoltà di accesso, i laboratori sono i luoghi in cui è maggiormente difficile reperire immagini dello sfruttamento animale. Il nostro scopo come organizzazione è però togliere ogni velo di segretezza a tutte le pratiche cui sono sottoposti milioni di individui, per questo lo scorso anno abbiamo diffuso per la prima volta in Italia un’indagine sotto copertura da un laboratorio italiano.

Le immagini documentate da Essere Animali e la campagna per salvare i macachi

Proprio un anno fa abbiamo diffuso le immagini che documentano la vita dei macachi rinchiusi nelle gabbie di uno stabulario presso un’importante università italiana. Non abbiamo ripreso situazioni particolarmente dolorose, anche perché non avevamo accesso all’area dove avvenivano gli esperimenti, ma solo a quella in cui erano rinchiusi gli animali. Ciò che si può vedere dalle immagini raccolte è comunque più che sufficiente per suscitare una riflessione profonda sull’utilizzo degli animali nei laboratori che vada oltre i preconcetti.

I macachi che abbiamo visto sono privati di ogni libertà, rinchiusi in strette gabbie metalliche per tutto il tempo in cui non sono soggetti a esperimenti. A molte di queste scimmie sono inseriti nel cranio e nelle tempie degli elettrodi necessari per gli esperimenti di neuroscienze. Questa condizione di assoluta tristezza ha condotto i macachi a comportamenti stereotipati: si muovono avanti e indietro nella gabbia, leccano compulsivamente le pareti e mordono lucchetti e sbarre.

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Le dure immagini raccolte dal nostro investigatore sono state diffuse da vari TG e dato forza alla campagna #civediamoliberi della Lav, nata in seguito per chiedere al Ministro della Salute Roberto Speranza di interrompere una sperimentazione promossa dalle Università di Torino e di Parma, durante la quale sei macachi sarebbero stati operati e resi ciechi per studi su deficit visivi nell’essere umano.

Ad oggi sono state raccolte 430 mila firme e nel frattempo, il 23 gennaio di quest’anno, il Consiglio di Stato ha accolto l’istanza di sospensione cautelare provvisoria dell’esperimento sui macachi, richiesta dalla Lav. Di fatto l’ordinanza ha sospeso l’autorizzazione che il Ministero della Salute aveva concesso alle università, poiché era stata data senza provare l’impossibilità di trovare alternative a una sperimentazione considerata invasiva sugli animali.

Questo risultato è una vittoria che riempie di speranza, ora bisognerà aspettare l’ultima parola del Tar del Lazio per capire se i sei macachi possano dirsi effettivamente salvi.

La sperimentazione sugli animali in Italia

macachi

📷 I macachi vengono da Mauritius, Vietnam, Filippine o Cina. Anche se venduti ufficialmente da allevamenti, in realtà, per mantenere un codice genetico sano e robusto, vengono continuamente prelevati dalle foreste nuovi riproduttori. Purtroppo il loro utilizzo nei laboratori sta aumentando; nel 2015 erano 224, sono raddoppiati a 454 nel 2016 e arrivati a 548 nel 2017. © Essere Animali

Secondo i dati del Ministero della Salute in Italia sono circa 600 i laboratori autorizzati all’utilizzo degli animali per la ricerca.  La buona notizia è che il numero totale di animali utilizzati è in graduale e costante diminuzione: negli ultimi anni se ne stimano poco meno di 600 mila mentre soltanto dieci anni fa erano quasi 1 milione. Nonostante il dato in discesa, si tratta ancora di una grossa fetta dei 22 milioni che soffrono nei laboratori di tutta Europa.

Gli animali utilizzati nella sperimentazione nascono e crescono in allevamenti specializzati – in Italia ne esistono ancora due. L’arrivo nei laboratori è semplicemente il passaggio da una gabbia all’altra. Topi, ratti, conigli, cavie, cani, gatti, macachi, tutti questi animali non vedono mai la luce del sole e non conoscono il mondo esterno.

Come se non bastasse, in Italia sono in crescita gli esperimenti in deroga senza anestesia, quelli cioè dove si valuta che tale trattamento di sollievo per gli animali potrebbe invalidare i risultati. Accade anche per test invasivi e giudicati altamente dolorosi.

Infine, va ricordato che la maggior parte delle ricerche si conclude con l’uccisione degli animali. In molti casi infatti è necessaria un’autopsia per analizzare i risultati dello studio, oppure semplicemente i “soggetti” non sono più utilizzabili per altri esperimenti.

Per una ricerca senza animali

Attualmente vige l’obbligo di ricorrere all’utilizzo di animali solo quando strettamente necessario e se non vi sono alternative. Ma come prova il caso dei 6 macachi di Parma troppo spesso non viene fatta una seria valutazione preventiva in quest’ottica, nemmeno per casi altamente lesivi o che coinvolgono specie in deroga, come i macachi appunto. E anche i controlli sono carenti, con appena il 40% delle ispezioni fatte senza preavviso.

Ma per poter cambiare strada è di seria importanza la questione dei fondi e finanziamenti per lo sviluppo delle alternative. Se non si investono risorse, energie e soldi, per gli animali il tunnel della sperimentazione non avrà mai fine.

Eppure noi crediamo che sia possibile andare oltre. La comunità scientifica ha dimostrato in tantissimi campi avanzamenti ritenuti prima impensabili, ha fatto passi giganti nella conoscenza e portato innovazioni che solo una generazione fa erano da libro di fantascienza. Siamo sicuri che questa stessa comunità, con la giusta motivazione e le giuste risorse, possa trovare il modo di porre fine a un metodo di ricerca che ha conseguenze crudeli su così tanti animali.

Per questo ci auguriamo che il dibattito sull’utilizzo degli animali nei laboratori cresca sempre di più e che diventi volontà comune quella di cancellare il prima possibile questa triste contraddizione, che porta gli scienziati a cercare il bene degli umani infliggendo dolore negli animali.

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