Il Tg1 diffonde la nostra indagine negli allevamenti di galline

Scritto il 11 Ottobre 2019

L’edizione serale del Tg1 ha diffuso ieri in esclusiva nuove sconvolgenti immagini della nostra ultima indagine in diversi allevamenti di galline destinate alla produzione di uova.

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Il servizio mostra terribili violenze sugli animali, filmate con una telecamera nascosta da un nostro investigatore sotto copertura, assunto da una grande azienda agricola proprietaria di più allevamenti. Pochi giorni fa anche il Tg3 Emilia Romagna ha diffuso una prima parte di questa corposa indagine. Le uova provenienti da queste galline maltrattate sono messe sul mercato da due importanti produttori nazionali, con marchi molto diffusi nei supermercati e conosciuti dai consumatori.

Sono immagini che non avremmo mai voluto vedere, né mostrarvi. Lo facciamo perché è importante costruire un domani in cui scene simili non avvengano più e, per riuscirci, le scelte alimentari di ognuno di noi sono fondamentali.

Il servizio del Tg1

5 milioni di persone hanno visto ieri sera il trattamento riservato alle galline negli allevamenti “a terra” di Verghereto (FC), Castrocaro (FC) e San Zaccaria (RA). Le immagini mostrano inaudite violenze del personale durante il carico e il trasporto degli animali, lanciati, presi a calci e scaraventati nelle gabbie. Una gallina viva viene presa per le zampe e utilizzata per colpire le altre. Molte non sopravvivono a questi maltrattamenti e muoiono nell’allevamento. Più volte subiscono queste brutalità, quando vengono spostate, per motivi logistici, da un capannone all’altro e quando sono mandate, ancora giovanissime, al macello.

Oltre alle brutalità nei confronti degli animali, la nostra indagine mostra anche pessime condizioni igieniche, confermate dalla testimonianza di un’operaia dell’allevamento di Castrocaro (FC) che viene filmata mentre afferma che i topi mangiano le uova destinate al consumo umano.

Nell’allevamento in provincia di Ravenna inoltre, nel periodo oggetto d’indagine, le uova prodotte venivano marcate come provenienti da allevamento biologico, nonostante l’assenza di aree esterne recintate limitrofe al capannone. Si tratta di una frode alimentare: per legge infatti le uova biologiche devono provenire da galline che trascorrono almeno un terzo della loro vita all’aperto.

Entrambi gli allevamenti risultano essere fornitori di uova per il Gruppo Sabbatani, noto produttore nazionale.

Non vogliamo però soffermarci solo sulla denuncia dei maltrattamenti e delle illegalità riscontrate. Le immagini degli allevamenti “a terra”, una tipologia consentita dalla legge in cui gli animali non sono rinchiusi in gabbia, sono drammatiche. Anche mantenendo la densità prevista dal D.Lgs n. 267/2003 per la protezione delle galline ovaiole, e cioè un massimo di 9 animali ogni mq, il sovraffollamento è evidente. Gli allevamenti “a terra” non sono altro che capannoni al cui interno sono stipate migliaia di galline che non vedranno mai l’erba e la luce del sole.

La nostra indagine al Tg3

Pochi giorni fa il Tg3 Emilia Romagna ha diffuso una prima parte di questa indagine, mostrando le immagini filmate dal nostro investigatore in un allevamento di galline situato a Verghereto (FC). Anche in questo caso la telecamera nascosta ha catturato scene di violenze verso gli animali, oltre che l’uccisione delle galline malate, colpite più volte con un bastone e lasciate agonizzare per diversi minuti.

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Indagine su TgR

++ultima ora++Su Tg3 Emilia Romagna, le terribili immagini della nostra nuova indagine in un allevamento che fornisce di uova i supermercati italiani.

Posted by Essere Animali on Monday, October 7, 2019

Le gabbie inoltre, un sistema di allevamento ancora vergognosamente consentito dalla legge e da cui proviene più della metà delle uova immesse sul mercato italiano, causano agli animali una sofferenza continua. In gabbia le galline non riescono nemmeno a distendere le ali, vivono nella quasi totale immobilità su un pavimento di rete metallica e sfregano costantemente contro le sbarre di ferro. Soffrono di problemi alle articolazioni, anemia e perdita delle piume.

Inizialmente abbiamo dichiarato che le uova prodotte in questo allevamento in gabbia vengono vendute come leNaturelle, in quanto nel nostro video si vede chiaramente un camion recante questo marchio.
Una premessa. Il sito produttivo in questione situato a Verghereto era composto da 2 capannoni, in uno venivano allevate galline in gabbia, nell’altro gli animali erano a terra.

Il nostro investigatore e anche i suoi colleghi lavoravano in entrambi i capannoni.
Eurovo, titolare del marchio leNaturelle, ci ha comunicato che acquistava solo le uova provenienti dal capannone dove le galline erano allevate a terra

Come fermare queste violenze?

Abbiamo denunciato tutti e tre gli allevamenti ai Carabinieri Forestali per violazioni al D.Lgs 26 marzo 2001, n. 146 sulla protezione degli animali negli allevamenti e al D. Lgs. 29 luglio 2003, n. 267 sulla protezione delle galline ovaiole.

Il nostro team legale è già al lavoro per chiedere che venga riconosciuto anche il reato di maltrattamento di animali, art. 544 ter c.p., che punisce chi cagiona agli animali gravi lesioni fisiche “con crudeltà e senza necessità”.

Purtroppo non si tratta di un risultato scontato, oggi è difficile persino riuscire a mandare a processo chi si rende responsabile di efferate violenze. Spesso il reato di maltrattamento di animali viene infatti derubricato a semplice “detenzione incompatibile”, punita solo come contravvenzione. Eventuali condanne, oltre a fare precedente e permettere quindi che si formi una giurisprudenza applicabile a casi analoghi, avrebbero anche un’efficacia deterrente verso gli allevatori, facendo sì che si astengano da comportamenti violenti. Le azioni legali sono quindi importanti per difendere gli animali ma, oltre a documentare i maltrattamenti, la nostra indagine mostra anche sistemi di allevamento che, a prescindere dal comportamento degli operai, sono causa di sofferenza per gli animali.

Ed è qui che entriamo in gioco tutti noi, perché per aiutare veramente questi animali dobbiamo ridurre il nostro consumo di uova.
Nel 2018 in Italia sono state allevate 38,9 milioni di galline per una produzione di 12 miliardi di uova che soddisfano i nostri attuali consumi. Ogni italiano infatti mangia, direttamente o nei prodotti pronti come pasta e dolci, oltre 200 uova l’anno.
Questi numeri rendono necessario un sistema di produzione industriale che, come documentato in altre nostre indagini, non può garantire agli animali condizioni di vita dignitose e si regge sull’utilizzo di procedure o pratiche crudeli.
Le uova che troviamo in vendita provengono da diverse tipologie di allevamento, che possiamo riconoscere mediante il primo numero del codice che è stampato sul guscio:

  • 3 – identifica l’allevamento in gabbia
  • 2 – all’aperto
  • 1 – allevamento a terra
  • 0 – allevamento biologico

Ma:

  • solo l’11% delle uova prodotte in Italia proviene da galline che, almeno per legge, dovrebbero avere accesso ad uno spazio esterno (sono gli allevamenti “all’aperto” o “biologici”);
  • in tutte le tipologie di allevamento, ad esclusione di alcuni biologici, le galline subiscono la mutilazione del becco, un’operazione eseguita per limitare le ferite da stress e sovraffollamento;
  • milioni di pulcini maschi sono macerati vivi appena nati, considerati come un rifiuto dall’industria perché non producono uova. Sono i fratelli delle galline allevate e vengono uccisi negli incubatoi, stabilimenti dove confluiscono le uova che, a differenza di quelle per il consumo umano, sono fecondate, in quanto provengono da appositi allevamenti in cui sono presenti sia galli che galline. Dopo la schiusa il pulcino femmina viene trasportato negli allevamenti per la produzione di uova, quello maschio ucciso;
  • tutte le galline, indipendentemente dal metodo di allevamento, sono macellate ancora giovanissime, quando hanno circa 1 anno e 8 mesi, per essere rimpiazzate da animali ancor più giovani e con una più alta performance produttiva.
Così stanno le cose. La produzione industriale di uova è causa di sofferenza e ridurre drasticamente i nostri consumi è l’unica speranza per questi animali.