Gli allevamenti biologici sono sostenibili?

Scritto il 25 Luglio 2019
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Non è necessario essere vegani per dirsi contrari alla crudeltà degli allevamenti intensivi.

Ma sarebbe davvero possibile far vivere gli animali permettendo loro di muoversi liberamente, di avere stimoli, di essere “felici”?

Prima di dire che dovremmo basare l’alimentazione degli italiani su animali allevati “come dal contadino” è necessario riflettere un attimo e fare due calcoli, perché sono coinvolti grandi numeri.

L’allevamento intensivo infatti non è stato inventato per maltrattare gli animali ma per rispondere a un’aumento di richiesta: consente di allevare più animali in minor spazio e con costi minori.

Allevamenti meno crudeli: cosa vuol dire

Gli allevamenti biologici sono sostenibili?

Quella del biologico o del “contadino”, con i consumi attuali di carne e derivati, non è un'opzione praticabile. Per porre fine alla sofferenza degli animali e garantire la sostenibilità della nostra alimentazione la soluzione è un'altra.SCOPRI DI PIÙ 👉 bit.ly/AllevamentiEstensivi

Posted by Essere Animali on Tuesday, August 6, 2019

Cerchiamo di capire se sia possibile o meno invertire la rotta considerando per esempio gli standard UE necessari per poter classificare come “biologico” un allevamento. Tra i vari parametri sono indicati anche le dimensioni minime degli spazi in cui dovrebbe vivere ogni specie allevata. Si tratta di estensioni di gran lunga superiori a quelle degli allevamenti intensivi tradizionali e che garantiscono agli animali una vita sicuramente più serena e confortevole.

Oggi solo una porzione irrilevante degli allevamenti segue questi standard (meno dell’1% del totale). Cosa comporterebbe applicarli a tutti gli allevamenti in Italia?

Se per esempio a una scrofa in un allevamento intensivo sono destinati 1,5 metri quadrati, secondo lo standard biologico dell’UE ne dovrebbe avere circa 1.500. E un pollo che oggi vive stretto in uno spazio inferiore a un foglio da stampante dovrebbe avere per sé circa 16 metri quadrati.

Qualcuno dirà “bene, mi sembrano spazi adeguati”, ma la domanda qui è cosa comporterebbe se applicassimo simili standard a tutti gli animali allevati ora in Italia.

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È sostenibile su larga scala?

La possibilità che l’intera filiera si trasformi non è praticabile. Non si tratta semplicemente di difficoltà, costi e tempi. Semplicemente non è fattibile.

Facciamo un altro esempio pratico che prende in esame la possibilità di garantire a tutte le 37 milioni di galline chiuse negli allevamenti italiani lo spazio previsto dallo standard biologico europeo. Oggi lo spazio occupato da tutte le galline allevate in gabbia e a terra è di circa 500 ettari, contro i 213.000 ettari richiesti per questi animali dallo standard bio. Se si considerano anche i polli servirebbero altri 172.000 ettari in più. Una differenza enorme.

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Applicando lo stesso principio per mucche, polli, galline, pecore e conigli per dare uno spazio decente a tutti gli animali, saremmo costretti a occupare una superficie di circa 5 milioni di ettari, pari alla Lombardia e Piemonte messe insieme. Tutto questo senza considerare i terreni già utilizzati oggi per coltivare i mangimi, solo per dare uno spazio decente agli animali.

Bisogna considerare inoltre che la domanda di prodotti di origine animale a livello globale non è affatto in diminuzione. Se in paesi come l’Italia si sta registrando un’inversione di tendenza, nel mondo la crescita della popolazione, il calo dei prezzi derivati dalla produzione industriale e l’arricchimento dei paesi in via di sviluppo, stanno avendo un effetto dirompente sulla domanda.

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Oltre alla problematica dell’uso del suolo, che rende già di per sé questa soluzione non applicabile, c’è un altro aspetto che incide negativamente sulla fattibilità: gli animali degli allevamenti biologici non sono in genere ibridi industriali creati per ingrassare e crescere a ritmi accelerati. La maggiore lentezza nel raggiungere la taglia commerciale implica quindi più consumo di risorse e una maggiore produzione di inquinamento, già esorbitanti negli allevamenti intensivi.

Quello del biologico, dell’estensivo o del “contadino amico di famiglia” non può quindi essere una soluzione, ma solo un piccolo mercato destinato a una nicchia ridotta di persone.

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I numeri parlano chiaro: non possiamo allevare e mangiare 600 milioni di animali l’anno e allo stesso tempo garantire loro adeguati spazi e una vita dignitosa. Chiunque si trova in disaccordo con i metodi adottati oggi negli allevamenti intensivi dovrebbe come prima cosa ridurre notevolmente il proprio consumo di carne e proteine animali.

Per garantire gli standard del biologico negli spazi attualmente utilizzati dagli allevamenti dovremmo allevare circa un 50esimo degli animali che ci sono rinchiusi oggi.

Allo stato attuale gli allevamenti estensivi non sono un’opzione fattibile né tanto meno sostenibile su larga scala. La soluzione più razionale è quella di accelerare il passaggio da un sistema alimentare basato sulle proteine animali a uno che abbia come fondamento quelle vegetali.

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