Infiltrati negli allevamenti per difendere gli animali

Scritto il 28 Dicembre 2018

Alberto e Paolo sembrano due ragazzi normali che lavorano in campagna. Si svegliano all’alba, vanno in allevamento, puliscono, spostano gli animali, danno loro da mangiare e aiutano in molte mansioni. Sono gentili, sorridenti e vanno d’accordo con i propri colleghi.

Ma non sono persone qualsiasi e non sono lì per caso: sono due investigatori di Essere Animali che hanno scelto di farsi assumere per documentare cosa accade agli animali per la produzione di latte.

Ogni mattina si svegliano ancora prima degli altri. Sì, perché devono sistemare le telecamere nascoste, fare delle prove, prepararsi mentalmente a un’altra dura giornata in cui oltre al lavoro fisico il loro scopo è riprendere con maggiore cura possibile quello che accadrà.

Il video di Paolo e Alberto

E ogni sera tornati a casa il lavoro non è finito: devono scaricare i video sul computer, catalogarli, annotarsi cosa è accaduto di significativo nella giornata, svuotare la scheda e ricaricare le batterie delle telecamere. Devono inoltre sentirsi con il responsabile investigazioni di Essere Animali, fare un report sul procedimento dell’indagine e valutare con lui le prossime fasi, come muoversi, se e per quanto continuare col lavoro in quell’allevamento.

Alberto a Paolo per diverse settimane hanno vissuto questa doppia identità. Lo hanno fatto per gli animali, per fare in modo che 5 milioni di persone vedessero in prima serata al TG1 la violenza nascosta dietro a un candido bicchiere di latte.

«Alle mucche viene fatto di tutto: le bastonano per farle muovere, le fecondano tramite un braccio nel retto, gli strappano il vitello appena nato e tutte queste brutture le ho viste fare con una violenza che è diventata prassi, che le fa apparire come se fossero lecite» Alberto

Non è qualcosa di facile. È un lavoro duro, fisicamente e psicologicamente, oltre che rischioso. Ma loro sono persone speciali che stanno nell’ombra e rendono possibile smascherare e denunciare le sofferenze in cui vivono milioni di animali negli allevamenti intensivi.

È grazie a loro e agli altri del team che quest’anno siamo riusciti a diffondere 6 nuove indagini e mostrarle in Tv a un totale di 18 milioni di persone, oltre che farle pubblicare dai principali quotidiani italiani e internazionali (The Guardian, El Diario, Daily Mail).

È grazie a loro se in questi ultimi anni gli italiani stanno scoprendo cosa accade negli allevamenti e iniziano a farsi delle domande.

Ma c’è anche qualcun’altro dietro le quinte di un’indagine, persone senza le quali Alberto e Paolo non avrebbero potuto realizzare questa inchiesta: i Supporter del team Investigativo. Persone come te che hanno a cuore gli animali, che credono nella forza delle immagini e dell’informazione e che hanno deciso di rendere possibile, donando una piccola quota mensile, il duro lavoro degli investigatori.

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Molti si chiedono come sia possibile per qualcuno che ama gli animali e prova empatia trovarsi lì, nel mezzo alla loro sofferenza, e dover far finta di nulla. È dura e serve molto autocontrollo. L’unica cosa che rende possibile continuare è sapere l’importanza del fine ultimo, che quello che si sta facendo ora potrà salvare molti animali in futuro.

E quando riceviamo centinaia di messaggi di persone che hanno cambiato vita grazie all’indagine di Alberto e Paolo, loro sanno di aver fatto qualcosa di davvero utile per gli animali. E questa è la cosa più importante.

«Di tutte le violenze a cui ho assistito, ciò che più mi ha segnato sono stati gli scambi di sguardi, spesso con gli stessi vitelli che giorno dopo giorno tornavano a salutarmi, sguardi che solo io so di aver vissuto e che mai rivedrò. Cuccioli che, contenti di avere della paglia asciutta, festeggiavano saltellando; felici con poco e per poco, poiché a condividere quella gioia era presente nessuno se non loro, nella solitudine del piccolo box. Li osservavo mentre cercavano di giocare con gli altri vitellini, ma a separarli c’erano le sbarre della gabbia. In quei luoghi non si può essere amati. Lì, lontano e invisibile ai nostri occhi, non c’è possibilità di amare» Paolo