Quelli che mangiamo sono tutti cuccioli

Scritto il 23 agosto 2017

Ogni anno a Pasqua cresce la mobilitazione per salvare gli agnelli, vittime di una tradizione che li porta sulle tavole. E tra le tante voci in loro difesa molte ripetono che “non si dovrebbero mangiare dei cuccioli”.

Si tratta evidentemente di un discorso emotivo, piuttosto comprensibile se lo si prende da questo lato, per la naturale empatia che genera la vista di un cucciolo. Un po’ meno comprensibile se invece facciamo un’analisi razionale, visto che la sofferenza è la stessa e la vita di un adulto non dovrebbe avere minor valore di quella di un cucciolo.

Ma il punto non è questo, piuttosto che in realtà TUTTI gli animali che mangiamo sono dei cuccioli.

Negli allevamenti nessun animale di alcuna specie diventa adulto, se non quelli selezionati per la riproduzione. I motivi sono semplici: la carne giovane è più tenera da mangiare e soprattutto dal punto di vista economico appena vengono raggiunte le minime misure corporee necessarie l’animale è pronto per il macello. E con selezioni e mangimi speciali queste dimensioni vengono raggiunte sempre più in fretta.

In Italia ogni anno vengono macellati quasi 600 milioni di cuccioli di varie specie: polli più di tutti gli altri, ma anche conigli, maiali, vitelli, tacchini, giovani manzi.

A seconda della specie gli animali hanno una diversa durata di vita, sia naturale che “commerciale”.

età uccisione animali per la carne

Una delle più tristi facce dell’allevamento intensivo è notare quanto per questi animali sia impossibile vivere la propria vita sotto tutti gli aspetti. Non possono esprimere i loro naturali comportamenti etologici, non possono socializzare normalmente, non possono mantenere legami familiari e nella maggior parte dei casi nemmeno vedere la luce del sole o sentire l’aria fresca sulla pelle.

E oltre a questo, non possono vivere più che una brevissima porzione di quella che sarebbe la loro vita. Il sistema produttivo li priva di tutto e li riduce a cose, oggetti, da cui ricavare il massimo profitto con il minimo spazio, la minima spesa e il minor tempo possibile.

E per gli animali che vivono più a lungo, le scrofe destinate alla riproduzione o galline e mucche che producono uova e latte, la sofferenza è sicuramente maggiore. Più anni passati in terribili condizioni di privazione e poi la stessa fine anche per loro, visto che, se nasci in un allevamento, qualunque sia il tuo ruolo produttivo dal macello non si scampa.

Se vuoi porre fine a tutto questo scegli anche tu di togliere la sofferenza dal piatto