Cowspiracy: intervista ai registi

Scritto il 11 Settembre 2015

Quando si pensa al riscaldamento globale, il senso comune impone di associare il problema all’inquinamento causato dalla popolazione umana, cresciuta a un ritmo folle dall’inizio dell’industrializzazione. I registi Kip Andersen e Keegan Kuhn, invece, hanno mostrato che non è necessariamente così. Esiste un colpevole con responsabilità maggiori che causa il riscaldamento globale, l’esaurimento delle fonti idriche, la deforestazione, l’estinzione delle specie e le zone morte degli oceani, ed è l’industria agricola.

Il nuovo documentario della coppia di registi, Cowspiracy: The Sustainability Secret, che vanta Leonardo DiCaprio quale produttore esecutivo, è un controverso sguardo alle pratiche dell’allevamento e dell’agricoltura su scala industriale, e degli scontri con le organizzazioni ambientaliste. Recentemente acquistato da Netflix, che lo ha trasmesso in anteprima mondiale il 15 settembre, il film mostra l’ingarbugliata rete di corruzione che, all’interno dell’industria, porta il cibo sulle tavole della maggior parte degli americani. Andersen e Kuhn hanno intervistato decine di attivisti, alcuni dei quali sono regolarmente minacciati per le loro posizioni avverse alle organizzazioni che, con la protezione del congresso e infinite risorse legali, sostengono l’industria agricola e animale.

A poco meno di un mese dall’anteprima italiana di Cowspiracy, nella quale ospiteremo per 8 date il co-regista Keegan Khun, abbiamo tradotto un’intervista pubblicata da Decider dove i due registi Kip Andersen e Keegan Kuhn raccontano di come il progetto ha preso vita, delle inquietanti verità emerse, di quanto in termini realistici abbiamo lasciato sulla terra, e di cosa possiamo fare nell’immediato per aiutare a cambiare l’assai grigio futuro che ci attende.

Kip, ritengo che la scelta di apparire nel documentario sia stata coraggiosa e nondimeno assolutamente necessaria. Lo avevi pianificato dall’inizio?

Kip Andersen: In un certo senso sì, perché rispecchia ciò che è veramente accaduto. Non che ci volessi apparire più di tanto – preferivo restare dietro la macchina da presa – ma, nel mentre giravamo, ci siamo resi conto che dovevo esserci in qualità di individuo cui rapportarsi se si decide di cercare un modo di vivere che sia solidamente etico e ambientalista. Ragion per cui è parso un modo logico e in una certa misura divertente di seguire il mio viaggio mentre la gente vi si aggrega e scopre le cose assieme a me.

Keegan, cosa hai pensato quando Kip ti ha contattato la prima volta, parlandoti del progetto?

Keegan Kuhn: Beh, mi sembrò un’idea fantastica che andava tramutata in realtà. Eravamo scioccati dal fatto che non se ne fosse fatto un film, con una storia così sensazionale e nessuno che ne parlasse. Addentrandoci nelle ricerche e scoprendo diverse cose su questo settore, più eravamo stupiti e sbigottiti e più cresceva in noi il senso di necessità che il film si dovesse girare.

Dal soggetto si direbbe che è il tipo di film che abbisogna del passaparola reso possibile dallo streaming. Com’è stato lavorare con Netflix?

Kuhn: Un’esperienza stupenda: avere il film su Netflix era il nostro sogno, per cui è l’ideale.

Alcune scene sono molto dure: ad esempio quella in cui la macchina da presa si fissa su una mucca spinta al macello con un bulldozer; tuttavia, ciò che traumatizza è il fatto che si tratta di qualcosa che succede ogni giorno. Avete escluso alcune scene per la loro brutalità?

Andersen: Alcuni pensano di sapere cosa li attende. Dal momento che nel titolo compare la parola “mucca”, si aspettano immagini troppo violente che riguarda gli animali. Tuttavia volevamo saltare ciò che già ben si conosce, come la realtà delle fattorie, per focalizzare invece il lato ritenuto “sostenibile”, quello delle fattorie biologiche e nutrite a erba, mostrando che in realtà anche lì accadono le stesse cose. Non fa alcuna differenza: come potete scoprire nel film, per ironia della sorte prodotti di pastorizia biologica sono ancor meno sostenibili. Per quanto concerne la parte più violenta, non volevamo affatto che apparisse nella pellicola, così l’abbiamo lasciata fuori quanto più possibile. La gente è già bombardata quotidianamente con cose del genere.

Sperate che persone con radicate abitudini alimentari possano cambiare in tempo utile per aiutare a sostenere e salvare il pianeta?

Kuhn: Credo assolutamente che un cambio reale sia possibile e che possa avvenire oggi. Un cambio di dieta rappresenta uno di quei passaggi rivoluzionari che possiamo fare e che hanno un impatto immediato sul pianeta e sull’ecosistema. Usare meno l’auto è importante e ottimo, ma se tutti smettessero di usare carburanti fossili non vedremmo un risultato che nel giro di un centinaio di anni. Viceversa, se tutti smettessero di sostenere l’industria basata sulloo sfruttamento animale, vedremmo subito i benefici; in dieci, quindici anni la terra riprenderebbe a regolarsi da sé a ogni livello: uso delle fonti idriche, deforestazione, erosione di terreni e foreste, zone morte negli oceani. Tutto potrebbe interrompersi immediatamente, se decidessimo di smettere di sostenere questa industria. Nella pratica, nessun altro cambio nello stile di vita ha una tale influenza.

Andersen: La trasformazione è già in atto ed è assai rapida. Chi è stato informato dopo aver visto il film ha già scelto di passare al livello successivo, non solo per il bene dell’ambiente ma anche per la propria salute. Ritengo che conti il fatto che la gente non sapeva molto su quanto la loro dieta influenzi ogni cosa. Quando lo impari, non lo scordi più. Il film è in circolazione da circa un anno, ed è incredibile la quantità di storie di persone che cambiano dieta dopo aver saputo come stanno le cose.

Che riscontri avete avuto dall’uscita di Cowspiracy?

Kuhn: La risposta è stata stupefacente. Ci ha scritto gente da tutto il mondo che ha assistito alla prima versione del film in proiezioni educative, nei cinema o sul nostro sito. Una cosa incredibile così come il sostegno che abbiamo ricevuto; crediamo che i fan gradiranno molto la nuova versione del film in esclusiva su Netflix.

Andersen: Ciò che è più apprezzato del film è lo sguardo globale su ogni singola, devastante problematica ambientalista oggi nota. Questo unico film e la sua unica tematica riguardano ogni singolo argomento. E’ così omnicomprensivo e per questo eccezionalmente potente: un tutto-in-uno dei problemi ambientali.

Il film si basa moltissimo sulle ricerche che avete compiuto. Avete qualche dato riguardante il numero di persone che in tempi recenti sono passate a una dieta a base vegetale?

Kuhn: Non ho cifre alla mano, ma sta sicuramente crescendo. Negli USA e nel mondo, vegetariani e vegani aumentano continuamente. Il passaggio sta avvenendo: oggi è più facile essere vegetariani o vegani, almeno negli USA, grazie alla presenza di alternative vegetali a cibi di origine animale.

C’è una scena breve che stupisce per l’aspetto monetario della faccenda: anche se non mangi carne, comunque paghi i costi di chi lo fa. Potete scendere un po’ nel dettaglio? La gente tende a drizzare le orecchie quando si parla di qualcosa che può influenzarne l’aspetto finanziario.

Kuhn: Secondo lo scrittore David Robinson Simon, autore del libro Meatonomics, il costo estrinsecato dell’agricoltura animale è 414 miliardi di dollari l’anno. E quanto di quel costo non è accollato dalle multinazionali, ricade sulla società sotto forma di sussidi: negli USA, l’allevamento intensivo viene pesantemente sovvenzionato dal governo federale tramite le tasse che paghiamo. Ma poi c’è il costo ambientale delle mutazioni climatiche e dell’inquinamento idrico e della deforestazione e dell’erosione del suolo, che influenzano tutti gli altri settori dell’industria. Un costo dal quale l’allevamento di animali a scopo alimentare è esentata e non ritenuta responsabile. Ci sono i costi della salute di chi si ammala per una dieta ad elevato consumo di prodotti animali. La lista è lunghissima, ma compiendo ulteriori ricerche si scopre che quei 414 miliardi sono una stima molto prudente. Per ogni hamburger da 4 dollari che mangi, vi sono almeno altri 7 dollari di costi aggiuntivi che paghi tramite le tasse. Di nuovo, che si mangi carne o meno, la paghi in un modo o nell’altro.

Kip, nel film dichiari esplicitamente che più cose scoprivi e più avevi paura a proseguire il progetto. A che punto hai davvero avuto paura?

Andersen: La cosa bella del film è che davvero ci segue in ciò che è successo. Per cui, subito dopo aver intervistato Will Potter e specialmente Howard Lyman. Prima o poi pubblicheremo l’intervista interra, così potente, con Lyman, che davvero – in mancanza di parole adeguate – ci ha terrorizzato. Al punto che stavamo pensando di chiedergli in che paese potessimo trasferirci per un po’ mentre il film veniva reso pubblico. Nella versione integrale della pellicola lui dice che si deve fare ciò che è giusto e che ciò è più grande di ogni individualità. La paura di non fare qualcosa deve soppiantare la paura singola di ogni individuo, perché è molto più grande di ognuno di noi. Pertanto, devi fare ciò che puoi; altrimenti, non saremmo qui. Questo è ciò che spaventa maggiormente: non agire. Quando la gente chi chiede se abbiamo paura, rispondiamo di no, perché il film è già stato fatto e dobbiamo fare tutto il possibile. Molto semplicemente, non c’è spazio per la paura.

Ritenete che se più persone cercassero risposte e informazioni su cosa accade veramente, ciò spingerebbe le associazioni ambientaliste a fare davvero ciò che si sono poste come obbiettivo?

Kuhn: Il film credo abbia il potenziale per ispirare sostenitori e organizzazioni a iniziare prontamente una campagna riguardante l’allevamento intensivo. Ci sono alcune organizzazioni che ne parlano, ma falliscono nel trattare l’argomento in una prospettiva adeguata. Ed esistono organizzazioni che stanno iniziando a cambiare e parlano di questi argomenti, e qui è dove risiede la speranza. Vogliamo sostenere ogni gruppo che intenda focalizzare in modo adeguato le problematiche dell’allevamento di animali a scopo alimentare e ci faremo in quattro per questo.

Dopo la visione del documentario si ha la sensazione che sia solo l’inizio e che vi sia moltissimo da fare. Qual è per voi il prossimo passo nello spargere la voce?

Andersen: Ci sentiamo di dire: fate le vostre personali ricerche e condividetele. Queste sono informazioni che devono essere divulgate, e tramite i social media e internet, lo si può fare in modo incredibilmente rapido. La verità e l’informazione devono venire a galla, per cui questo è un mezzo che dobbiamo usare in quanto attivisti. Ed è il mezzo più potente a nostra disposizione.

Kuhn: Aggiungo che sul nostro sito cowspiracy.com abbiamo una pagina con tutti gli studi e i fatti utilizzati per il film, completa di link per approfondire. Ancora, questo è per chi vuole fare le proprie ricerche: costoro scopriranno che le cifre usate nel film sono estremamente caute; abbiamo deciso di usare cifre prudenti perché sappiamo che ci sarà contestazione.

Avete tirato fuori l’argomento: nel documentario sono menzionate alcune cifre diverse, ovviamente tutte piuttosto sconcertanti. Realisticamente, avanti di questo passo quanto tempo rimane prima che il Congresso entri in gioco con riforme veloci e adeguate?

Kuhn: Dipende davvero da che tipo di informazioni prendi in considerazione. Alcuni dicono che ormai non c’è più nulla da fare; altri direbbero che servono dieci, quindici, venti o cinquanta anni per rimediare i danni. Credo che realmente, in un modo o nell’altro, possiamo tutti fare la differenza oggi se smettiamo di sostenere questa industria. Per questo motivo alla fine del film ci sono le statistiche: passando a una dieta a base vegetale vegana, ogni giorno si risparmiano 1.100 galloni (4.163 litri, ndt) di acqua e 45 libbre (20 kg, ndt) di granaglie e le cifre possono andare avanti all’infinito. Concentrarsi su questo e ricordare cosa si può fare oggi a dispetto del quadro generale.