I dannati della Terra


Simone Montuschi
President

I DANNATI DELLA TERRA
Conversando con Andrea Staid.

Attivista, storico e docente di antropologia culturale presso il Naba di Milano, nonchè redattore di elèuthera. Autore di: “Gli Arditi del popolo” (La fiaccola 2007), “Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù” (agenzia X, 2011), I dannati della metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità (Le Milieu, 2014)

Osservando con occhio critico la società in cui viviamo, che mercifica tanto i corpi animali quanto i corpi umani attraverso simili meccanismi di oppressione e di dominio, abbiamo voluto chiedere a Andrea delle tante, troppe persone, famiglie, popolazioni che oggi continuano a sbarcare nelle coste italiane per sfuggire a morte certa. Si potrebbero definire “I dannati della terra”, e non rappresentano solo un dramma geografico, ma prima di tutto individui che, nella ricerca di una vita che non sia eterna lotta alla sopravvivenza, si ritrovano ad affrontare situazioni ai limiti dell’immaginario. Donne, uomini e bambini che Andrea ha incontrato nel proprio percorso di ricerca, con le quali ha vissuto e stretto legami di confidenza che gli hanno permesso di raccontarne le storie dal loro punto di vista.

Le cause dell’oppressione umana fortemente intrecciate a quelle che coinvolgono gli altri animali, sono ben visibili all’interno della storia contemporanea, attraverso quelle dinamiche di potere che prima sfruttano, poi riducono a polvere, ogni essere vivente di questo pianeta.

In altri termini, non è affatto vero che noi sfruttiamo gli animali perché li consideriamo inferiori, piuttosto li consideriamo inferiori perché li sfruttiamo” (Marco Maurizi).

Come in passato le moderne società civilizzate furono costruite tanto attraverso il sangue degli animali, quanto quello degli esseri umani, le società capitalistiche contemporanee continuano a oliare i propri ingranaggi mediante la stessa azione di sfruttamento. Un’infinita violenza che travalica i confini di specie e le cui ragioni si possono ritrovare nelle medesime architetture gerarchiche del potere.
L’intervista che segue in un primo momento percorre le rotte migratorie di milioni di sconosciuti, fotografandone i profili, poi, nella parte conclusiva, mette in luce intersezioni e conformità di una lotta di liberazione che Staid riconosce efficace nel momento in cui non ci si preclude la possibilità di abbandonare il concetto di confine, incluso quello di specie.

1. Ragionando di immigrazione è fondamentale distinguere almeno due aspetti, quello storico-antropologico, secondo il quale le popolazioni umane hanno mantenuto anche comportamenti nomadi propri dell’epoca pre-neolitica, e quello più attuale legato a problematiche economico-sociali, secondo cui guerra e povertà costringono milioni di persone a cercare altrove migliori condizioni di vita. Puoi illustrarci brevemente questi due aspetti?

Staid: Tutti gli uomini sono migranti da sempre, ogni cultura è frutto di uno scambio continuo con l’alterità. Non esiste una cultura originariamente pura che a un certo punto incontra altre culture e da origine a un fenomeno impuro. Qualsiasi cultura e società è sin dalla nascita ibridata, quindi la creolizzazione a sua volta è il prodotto di entità già mescolate che rendono impossibile l’idea di purezza. Parlo di sincretismo originario che sta alla base di ogni cultura e società. Chiaramente oggi stiamo vivendo un momento epocale per le migrazioni perché la quantità di spostamenti è aumentata in modo esponenziale negli ultimi 30 anni insieme al cambiamento dell’economia mondiale.
Le motivazioni che oggi ci spingono a migrare sono molte, legate a diverse sfere della vita di ogni individuo. Sicuramente uno dei fattori più rilevanti è la presenza di guerre o di regimi militari-totalitari nei loro paesi di origine. Detto questo non dobbiamo sottovalutare il motivo legato alla globalizzazione economica, che vede sempre più fette enormi di popolazioni che si ritrovano senza lavoro ma soprattutto senza risorse perché gli sono stati depredati interi territori da multinazionali e imprese occidentali.
Ma vorrei concludere questa risposta affermando con forza che non dobbiamo vedere il migrante soltanto come un fuggitivo, una persona costretta a lasciare il suo paese. Il migrante è soprattutto una persona che porta se stessa, le proprie energie intellettive, fisiche e affettive e il proprio bagaglio culturale al confronto con la società nella quale arriva.

2. Quello dell’immigrazione è un fenomeno molto esteso e nella risposta precedente hai analizzato i macro aspetti che lo caratterizzano. Puoi dirci qualcosa di quelle persone incontrate durante le tua esperienza in campo, cosa ti hanno detto, perchè sono partiti, quali i sogni che vengono rincorsi, le loro aspettative. In sostanza, chi sono realmente questi Dannati della terra?

Staid: In questi sette anni di ricerca ho incontrato molte persone che arrivavano da paesi lontani dal mio e i racconti sono tutti diversi, ma c’è sempre una cosa che li accomuna, è una ferita grande permanente che si stratifica nei corpi delle donne e degli uomini migranti, è la ferita della frontiera è la ferita dei soprusi che tutti, chi più e chi meno hanno dovuto affrontare. Non è stato facile sentirsi raccontare certe storie di torture nel deserto fatte da parte dei militari con cavi elettrici sbattuti sulla schiena o direttamente sul volto, non è stato facile sentire delle incarcerazioni in Libia o dei viaggi verso la fortezza Europa durati anche 10 anni. Ma la cosa più difficile è rispondere quando ti si chiede perché esistono cittadini di serie A e B, quanto ti si chiede se può esistere una spiegazione a tutto quello che devono passare per raggiungere una vita migliore.
In questi anni una grande convinzione si è creata in me da un punto di vista metodologico ovvero che le etnografie devono essere polifoniche, io antropologo, ricercatore non posso e non devo essere l’unica voce narrante, per questo per risponderti lascio la parola a Lusala e Sipho;

Il viaggio che ho affrontato per arrivare in Italia è stato brutto e costoso, tutta la mia famiglia ha partecipato per farmi partire, si sono venduti tutto quello che avevano. Il deserto non finiva mai, ogni volta che ci fermavano i militari ci derubavano e picchiavano per avere tutto quello che avevamo, ma la cosa che mi ha fatto più paura è stato il viaggio in mare. Io non avevo mai nuotato e mai avevo preso una barca, quando sono salito con tutte quelle persone ho cominciato a tremare e poi in mare vomitavo era come se il mio corpo si ribellasse alla mia scelta di partire. Il viaggio in mare è stata una vera tragedia anche perché si è rotta la barca e siamo rimasti tre giorni senza cibo e con poca acqua poi sono arrivati i militari italiani e ci hanno salvato, pensa che io avevo paura che ci picchiassero.
(Sipho,Uganda)

Sono partito perché volevo una vita migliore perché a casa mia non avevo speranze per questo ho deciso di partire ma il viaggio è stato duro, nel deserto mi è successo di tutto e faccio fatica a raccontartelo perché anche solo pensare a quei momenti della mia vita mi fa soffrire troppo, ora sono in Italia non è andata come speravo ma almeno ho un lavoro una casa e da mangiare tutti i giorni poi vedremo cosa succederà.
Nel deserto le cose più brutte me le hanno fatte passare i militari, perché quando ci hanno fermato hanno voluto tutto quello che avevo anche le scarpe. Io non volevo dargli tutti i soldi che avevo perché mi servivano per arrivare in Italia per questo quando mi hanno lasciato in ginocchio sulla sabbia appena si sono girato ho tolto da una tasca interna dei pantaloni i soldi ho fatto una pallina e li ho mandati giù. Loro non mi hanno visto e quando sono tornati da me e mi hanno chiesto i soldi gli ho detto che non ne avevo e uno dei militari ha cominciato a picchiarmi con un bastone sul collo, io dopo poco ho perso i sensi, il caldo, il dolore la paura mi sono risvegliato insanguinato e senza scarpe, ma non era finita perché dopo aver picchiato gli altri che erano con me sul camion sono tornati da me. Volevano i soldi ma io ormai li avevo dentro di me e quindi hanno continuato a picchiarmi fino a che sono svenuto di nuovo. Mi hanno risvegliato dei ragazzi che erano con me sul camion perché finalmente ripartivamo io ero senza scarpe pieno di ferite ma almeno i soldi per pagarmi il viaggio ce li avevo.
(Lusala, Burkina)

3. Spesso le politiche di sinistra che nel tempo hanno tentato di cercare soluzioni aperte ai problemi dell’immigrazione si sono dovute scontrare con quelle di destra predisposte a una maggiore repressione, chiusura di frontiere, aumento delle forze armate, ecc. Non pensi che entrambi i modi di approcciarsi alla questione, al di la dell’indiscutibile considerazione morale, siano approcci errati poichè si focalizzano sul problema del flusso migratorio e non su ciò che lo determina?

Staid: Concordo con voi, dovremmo smetterla di concentrarci soltanto sugli arrivi nella fortezza Europa e cominciare a considerare il problema vero che spinge migliaia di persone a scappare da casa loro, ovvero che i sistemi occidentali hanno invaso e stanno reprimendo quasi tutto il pianeta.
In più aggiungo che sinistra e destra sono parte di una stessa medaglia, la differenza sta che per la destra i migranti sono utili soprattutto per fomentare la politica della paura e guadagnare consensi. Decostruiscono l’essere e costruiscono il migrante come nemico pubblico, un invasore di cui avere paura e diffidare.
Per la sinistra invece queste persone rappresentano un’utilità, da normatizzare per riuscire a inserirli quando serve nel mercato neo-liberale. In entrambi i casi sono oggetti da utilizzare, mai si parla di umani al di là delle appartenenze come invece dovremmo cominciare a fare.

4. Se un tempo il razzismo assumeva quasi esclusivamente forma di discriminazione di razza, oggi molto più sottile ma non meno violenta, è la barriera culturale ad essere aspetto prevaricante. Pare si accetti la pelle di un colore diverso ma non si accolgano esperienze millenarie differenti dalla nostra. Qual’è il tuo pensiero a riguardo.

Staid: Anche su questo concordo, una volta il razzismo era prettamente biologico, noi siamo bianchi ariani superiori, gli altri inferiori. Con le scoperte della genetica il razzismo ha abbandonato quasi completamente i riferimenti biologici ed esprime una visione culturalista e nazionalista. Oggi quasi nessuno ha il coraggio di essere razzista sulla base del colore della pelle ( anche i neo fascisti se ne vergognano e si nascondono dietro le teorie multiculturaliste), ma in realtà il razzismo è ancora forte nella nostra società e brevemente possiamo suddividerlo in questo modo:

Razzismo come forma culturale, religiosa, assimilazionista, differenzialista (che gerarchizza e tende ad assimilare l’inferiore). Per i differenzialisti o multiculturali le etnie sono differenti e non devono mescolarsi. Questa postura legittima l’apartheid sociale e nei casi estremi il genocidio, ovviamente rifiuta il mescolamento sia biologico che culturale.
Quindi per essere più chiari possiamo dire che il razzismo biologico considerava la “nostra” “razza” superiore alle altre, siamo più belli, più forti, più intelligenti; il razzismo culturale invece considera la nostra religione, o il nostro modo di intendere il matrimonio, o anche solo il nostro tipo di cibo o di abitazione come quello giusto o quello che indica maggior intelligenza, o cultura e razionalità. Insomma non è cambiato molto, tutto si è spostato, ci si nasconde dietro nuovi paradigmi per alimentare separazione tra culture differenti. Dividi et impera direbbe qualcuno…

5. Attraverso i mezzi di comunicazione di massa, social network, televisione, giornali si leggono frequentemente discorsi, fatti di cronaca, vicende che sempre più spesso assumono forma di vero e proprio allarmismo sociale. Immigrati a cui vengono riconosciuti sussidi elevati, extracomunitari con privilegi maggiori dei cittadini italiani, il Rom con il mercedes, gli zingari che rubano, rapiscono bambini, ecc. Quanta verità, quanta invenzione in tutto questo?

Staid: Tutto questo fa parte di quella costruzione creata appositamente da media e politica di destra per presentare il migrante come dannoso quasi come fosse un nemico pubblico. In tutti questi anni non ho mai visto nella realtà favoritismi per i migranti da parte delle istituzioni, anzi ho sempre visto il contrario anche quando per esempio sulla carta gli spettavano dei diritti come rifugiati politici alla fine non gli venivano mai tutti riconosciuti.
Nella mia ultima pubblicazione I Dannati della metropoli, etnografie migranti al confine della legalità ho analizzato appositamente un luogo speciale quello che dalla stampa viene chiamato il fortino della droga, il palazzo di via Bligny 42 a Milano. Nei vari mesi che ho passato in quel luogo mi sono reso conto di quanto giornalisti e politici si prestino a creare dei falsi messaggi per produrre articoli sensazionalistici e per procurarsi voti. Insomma l’importante è creare un mito poi che sia vero e che sia falso poco conta, l’importante è che la gente creda al fatto che i rom rapiscono i bambini, i marocchini sono solo spacciatori, i rumeni violentatori di donne e i senegalesi invece – quelli si che sono bravi a fare i vucumpra –

6. Un noto verso di F. De. Andrè recita “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Parliamo dunque di integrazione.
Di quale identità sono portatori i bambini che nascono in italia dalle coppie Rom, cosa nasce dal contatto tra cultura? Da etnografo cosa puoi dirci di questo meticciamento di patrimoni culturali?

Staid: Il grande Jorge Amado diceva, noi il razzismo lo combattiamo a letto e non aveva tutti i torti perché prima di tutto noi siamo animali umani e siamo fatti di sangue, sudore, lacrime, sperma (…) e le nostre metropoli per fortuna sempre più sono attraversate da coppie miste.
Io credo che l’unica possibilità concreta che abbiamo è quella di andare incontro a un futuro meticcio, di ibridazione culturale, non dobbiamo sognare un mondo dove integrare qualcosa, ma un mondo fatto di incontri, scambi e conflitti, l’importante e non delegarli ma gestirli tutti i giorni nelle strade, nelle scuole nei luoghi di lavoro.
Io voglio prefigurarmi un mondo aperto, senza muri e pregiudizi, dove donne e uomini siano pronti a questo scambio reciproco. Un mondo con al suo interno una miriade di culture differenti pronte al cambiamento, all’ascolto e all’incontro. La creazione di una relazione sociale tesa a soddisfare un’esigenza, un’interesse, dove sia importante accettare di trasformarsi nell’interazione egualitaria con gli altri e prevedere la possibilità di diventare una persona anche molto differente da quella originaria. Quello che vorrei è un mondo di eguali per diritti ma differenti per culture, non parlo di un programma politico, solo il pensiero mi fa rabbrividire, ma semplicemente un atto di autodeterminazione sociale. Il pensiero meticcio è il rifiuto di un falso universalismo e di una purezza, è un processo dinamico di scambi reciproci, di accettazioni e di rifiuti, di rinunce e di appropriazioni.

7. Sappiamo che conosci molto bene la condizione in cui oggi versano le varie popolazioni migranti, sappiamo anche che non sei estraneo all’immensa guerra al vivente che ogni giorno schiavizza, uccide e trasforma in oggetto milioni di animali, devasta il territorio e continua a distruggere gli ecosistemi del pianeta.
Identifichi una qualche relazione tra i problemi inerenti all’oppressione umana, quella degli animali e la devastazione ambientale?

Staid: Assolutamente, io credo che il problema che lega le due questioni è quello del dominio di pochi sui tanti. Credo anche, come scrivevo sopra, che noi esseri umani siamo degli animali umani e sono fermamente convinto che non abbiamo nessun diritto di dominare gli animali come fossero oggetti inanimati.
Quindi direi che il punto di connessione principale sia questo; viviamo in un mondo dove una oligarchia di persone impone ingiustizie di vari gradi e livelli alla maggior parte delle popolazioni. Gli animali e la natura sono sicuramente le vittime principali di questa guerra senza frontiere.
Credo senza esagerare che i migranti vengono considerati soprattutto da politici e media come degli animali umani di serie B quindi più simili agli animali non umani di serie C, veri e propri oggetti da utilizzare, schiavizzare per riuscire a fargli produrre il più possibile.
Erigere delle barriere significa esaltare esageratamente la differenza, e a seconda delle barriere che creiamo diamo origine a delle discriminazioni particolari, tra specie creando lo specismo, tra razze, creando il razzismo, o tra sessi, creando il sessismo. Per questo sono convinto che la posizione dei sostenitori dei diritti animali dovrebbe comprendere e praticare seriamente l’antirazzismo e l’antisessismo, più semplicemente la lotta verso tutte le forme di dominio, assoggettamento e sfruttamento. Per essere ancora più chiari l’antispecismo è negazione del dominio, del potere coercitivo della separazione degli animali considerati di serie A, B, o C.

8. Sentiamo parlare di immigrati come fossero una massa amorfa, indefinita e confusa, come anche allo stesso modo, quando pronunciamo il termine animali, riportiamo nella mente un qualcosa di vago e confuso. Entrambi le definizioni soffocano e comprimono un tutto, senza permettere di scrutare la realtà e ciò che mostra effettivamente, ovvero l’individuo e la sua condizione, sia esso umano che non. In pratica entrambi i termini “allontanano” e non permettono alcuna consapevolezza dei soggetti coinvolti. Puoi spiegarci le conseguenze dei limiti del linguaggio e l’importanza che c’è nell’avere chiaro -di chi stiamo parlando-?

Staid: Martin Heidegger scriveva “Il linguaggio è la casa dell’essere”, riferendosi alla parola come dimora suprema dell’uomo. Essa si fa espressione originale dei bisogni più intimi attraverso un movimento che va dall’interno all’esterno: l’emissione del suono raccoglie alle viscere l’essenza più profonda di una vita e la getta fuori, nell’attesa di essere tradotta e adottata, nell’attesa di farsi parola. Non può esistere parola senza l’altro, senza risposta. Invece quello che fa il linguaggio del dominio è eliminarlo l’altro, la sua comprensione, la possibile creazione di una risposta.
Ti faccio degli esempi, diciamo etnografici. Mi è capitato più volte di intervistare gruppi di ragazzi adolescenti, tra loro erano presenti migranti indiani e africani ed era normale sentirsi fare discorsi razzisti del tipo “i clandestini se ne devono tornare a casa loro, non li vogliamo nel nostro paese” e quando facevo notare all’intervistato che il suo amico era africano, mi veniva risposto: ” bè ma che c’entra, questo è Baba mica un immigrato”. Questo piccolo esempio ci fa capire come è possibile costruire lontananza anche grazie al linguaggio, creando delle vere e proprie separazioni concettuali. Alla stessa maniera focalizzando il discorso sulla parola animali, ad esempio sarà capitato di sentire ragionamenti del tipo: ” il mio cane non lo mangerei ma una mucca, è diverso, mica vive con me”, anche qui possiamo notare come è la “distanza da” a creare il posizionamento del soggetto.
Per concludere posso dire che al giorno d’oggi è molto triste sapere che esistono persone attivamente coinvolte nel processo di liberazione animale, ma indifferenti alle implicazioni dei processi di potere che soffocano intere popolazioni umane. Anche in questo caso vi è separazione, lontananza dal riuscire a posizionarsi oltre la specie.