Paradossi della legge: filmare crudeltà su animali è reato?


Simone Montuschi
President

Paradossi della legge: quando filmare crudeltà su animali è reato

Taylor Radig ha lavorato in incognito per un’azienda di allevamenti bovini in Colorado e ha documentato i terribili maltrattamenti a cui venivano sottoposti i vitelli. Ha poi consegnato i suoi filmati, all’ufficio dello Sceriffo della contea di Weld, e tre dei lavoranti dell’allevamento sono stati messi sotto inchiesta per maltrattamento di animali. Il filmato diffuso da Compassion Over Killing ha scosso centinaia di migliaia di persone. Fino a qui una storia normale.

Ma quando più tardi la Radig si presentò all’ufficio dello Sceriffo per firmare una dichiarazione scritta, la magistratura cambiò idea e le disse che lei stessa sarebbe stata indagata per il reato di maltrattamento di animali a seguito di questa investigazione.

Questa vicenda non ha precedenti, ed è parte dell’ondata crescente di repressione verso le investigazioni animaliste negli Stati Uniti, visto che evidentemente stanno colpendo troppo le industrie alimentari e i potenti interessi economici dell’agribusiness.

Quella che segue è l’intervista con la Radig condotta da Will Potter di Green is The New Red. Si parla di come ci si infiltra negli allevamenti e del duro lavoro dal punto di vista psicologico, del filmato da lei girato e del suo caso, ma anche delle nuove “Leggi bavaglio” mirate a punire gli attivisti per i diritti degli animali.
Nel frattempo, poco dopo la pubblicazione di questa intervista, Taylor Radig è stata informata di essere stata prosciolta. Le accuse nei suoi confronti sono cadute. Evidentemente di questo caso se ne è cominciato a parlare troppo.

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WP: Puoi raccontarci la tua esperienza come investigatrice sotto copertura presso l’azienda di allevamento Quanah Cattle Company?
RADIG: Come chiunque altro alla ricerca di un lavoro, cercai un posto e feci domanda presso gli allevamenti che avevano assunzioni in corso. Quell’estate trovai un posto temporaneo di manodopera generale presso un allevamento di vitelli in Colorado, chiamato Quanah Cattle Company. Dopo un breve colloquio e un test per verificare se assumessi stupefacenti, fui assunta. Questa azienda acquista vitelli appena nati da allevamenti situati nelle vicinanze, e li tiene per un breve periodo prima di spedirli ad altri stabilimenti dove vengono allevati come vitelli da macello.
Durante l’indagine, mi svegliavo verso le tre del mattino per prepararmi e assicurarmi che la mia telecamera nascosta funzionasse. Di solito arrivavo alla fattoria prima del sorgere del sole, tra le quattro e le cinque del mattino. Una delle mia mansioni principali era l’allattamento artificiale dei vitelli. I vitelli acquistati da Quanah venivano in genere tolti alla madre quasi subito dopo la nascita, un periodo in cui, in natura, dovrebbero venire allattati naturalmente. Io, di norma, li allattavo due volte al giorno con latte artificiale, compito che richiedeva abbastanza tempo. Il latte artificiale disponibile a Quanah era spesso di colore rosa chiaro. Scoprii in seguito che il latte che ci arrivava era stato munto da mucche affette da mastite, un infezione delle ghiandole mammarie. Mi fu detto che il colore rosa che era sangue, ed era una conseguenza dell’infezione.
Il lavoro a Quanah era fisicamente molto pesante, ma l’allattamento dei vitelli era come un bagliore di serenità in quelle giornate. I vitellini uscivano incuriositi dai loro ripari per salutarmi, e mi succhiavano le dita, in cerca del biberon. Cercavo di trovare brevi momenti durante la giornata in cui non ci fosse nessuno nei dintorni, per giocare con loro, il che avveniva di solito quando uno dei vitellini riusciva ad uscire dalla gabbietta. Mi trovavano spesso, mi inseguivano perché cominciavano a riconoscermi e perché avevo l’odore del latte delle loro mamme.
Il resto delle mie mansioni consisteva più che altro in lavoro manuale, di fatica, ed inoltre dipendeva da cosa c’era da fare. Alcuni giorni pulivo le stalle, le passavo con la canna dell’acqua e spostavo i ripari dei vitelli. Altre volte andavo da altre fattorie locali con i miei colleghi per prendere nuovi vitelli. Seguendo le istruzioni del mio supervisore, amministravo anche iniezioni di antibiotici ai vitelli che presentavano infezioni, nonostante non avessi mai ricevuto alcun tipo di formazione specifica dall’azienda su come si fa un’iniezione in modo corretto. Mi era stato solo detto in modo vago di assicurarmi di prendere la vena, altrimenti il vitellino sarebbe morto.
I maltrattamenti che ho documentato a Quanah erano inaccettabili ma anche una cosa che avveniva quotidianamente. Ho visto operai trascinare violentemente i vitellini per le zampe, prenderli a calci nella schiena, tirarli per le orecchie, sollevarli per la coda e gettarli di rovescio sui camion, cosicché cadevano sempre sbattendo il collo. Anche il mio supervisore prendeva parte ai maltrattamenti, e mi incoraggiava ad usare le stesse maniere, al fine di accelerare le procedure di carico. Io imparai in fretta a trovare scuse per evitare di seguire tali ordini. Credo che il mio rifiuto a prendere parte ai maltrattamenti mi facesse apparire come una dipendente pigra, che ai loro occhi era “lenta”.
Tutti i maltrattamenti subiti da quei vitelli erano assolutamente non necessari, ed erano il risultato della pigrizia dei dipendenti, oltre che della mancata supervisione delle operazioni da parte dell’azienda.
Molti dei vitelli erano malati, nel periodo in cui lavoravo a Quanah, e molti, di conseguenza, morirono. Non dimenticherò mai il mio primo giorno, in cui un collega mi chiamò per farmi vedere un vitellino, dicendomi che era cieco. Il vitellino sembrava già estremamente debole, e a causa della cecità aveva ancora maggiore difficoltà a camminare. Vidi il mio collega prendere a calci ripetutamente il vitellino per costringerlo a stare in piedi, e successivamente gettarlo sul camion come se stesse gettando un sacco di spazzatura in un bidone.
C’erano vitelli che arrivavano all’allevamento con deformità negli zoccoli, il che rendeva loro impossibile camminare normalmente. Sebbene i dipendenti se ne rendessero conto, continuavano comunque a spingere e prendere a calci i vitellini disabili per farli salire sui rimorchi.
L’assistere ai maltrattamenti, sommato alla fatica fisica accumulata dopo un turno di dodici ore, rendeva il mio mestiere di investigatrice sotto copertura estremamente difficile.
A causa della natura delicata dell’indagine, nessuno, fatta eccezione per il mio avvocato, sapeva ciò che stavo passando, il che era uno degli aspetti più difficili del mio lavoro. Inoltre, dovevo anche assicurarmi di non mettermi allo scoperto, magari dicendo qualcosa fuori posto.

WP: Come sei venuta a sapere dell’indagine a tuo carico? Puoi farmi un resoconto di quando sei stata chiamata dalla magistratura, degli interrogatori?
taylor-raddig-199x300RADIG: Prima che il mio reportage venisse pubblicato da “Compassion Over Killing”, testimoniai davanti allo Sceriffo della contea di Weld. Qualche giorno più tardi, fummo informati delle denuncie penali sporte contro tre dei dipendenti dell’allevamento. Mi fu detto che avrei dovuto firmare una dichiarazione scritta, e che la mia identità avrebbe dovuto essere verificata di persona, in modo di poter procedere con l’indagine contro i tre dipendenti, dal momento che io ero l’unica testimone.
Sebbene avessimo già fornito numerose prove e giurisprudenza, io e Lisa Winebarger, il legale di COK, eravamo d’accordo di incontrarli per aiutarli con le loro azioni legali.
Quando arrivammo in Colorado, avevo il desidero di mantenere il mio anonimato a tutti i costi. Mi tirai i capelli all’indietro, indossai occhiali da sole, ed entrai nell’ufficio dello Sceriffo tenendo la testa abbassata. L’agente con cui parlammo finse di capire la delicatezza del caso, e disse che, sebbene non potesse darmi garanzie, secondo la legge sugli atti pubblici vigente nello stato del Colorado, avrebbe comunque fatto quanto in suo potere per tentare di mantenere segreta la mia identità nei limiti del possibile. Alla fine, ovviamente, l’ufficio dello Sceriffo mandò, di sua iniziativa, il mio nome e foto segnaletica a più di cento tra tv, giornali e altri mezzi d’informazione. Era chiaro che non c’era mai stato nessun tentativo reale di proteggere la mia identità, nonostante ci fossero concreti motivi di preoccupazione per la mia incolumità e sicurezza, che noi avevamo più volte espresso.
Durante il colloquio, dopo aver fornito un resoconto dei principali fatti dell’indagine, mi furono fatte domande sui maltrattamenti che avevo documentato, e sul perché non li avessi immediatamente denunciati.
Ripetei nuovamente che avevo bisogno di dimostrare che ci fosse una reiterazione dei maltrattamenti, e che non si trattasse solamente di un episodio isolato. Dissi inoltre che se fossi venuta allo scoperto prematuramente, l’azione legale sarebbe stata respinta dalla magistratura. Ricordai inoltre che venivo chiamata al lavoro occasionalmente, e che i miei turni di “trasporto” (dove la maggior parte dei maltrattamenti avevano luogo) erano piuttosto rari. Alla fine del colloquio, lo Sceriffo uscì dalla stanza e tornò con un piccolo foglio rettangolare. Mi informò che ero indagata per maltrattamento di animali, per non aver sporto denuncia subito, e che avrei dovuto andare al carcere dove mi sarebbero state fatte le foto segnaletiche e mi sarebbero state prese le impronte digitali.

WP: Quale fu la tua reazione?
RADIG: Andammo lì con la conoscenza del diritto in materia e la consapevolezza che io non l’avevo infranto. Sapevo che non c’erano leggi in Colorado che stabilivano un obbligo di denuncia, e che un soggetto nella mia posizione non aveva un dovere legale di agire. Nonostante ciò, l’agente non era interessato alle nostre ragioni o alle leggi in materia. Tutto ciò che ebbe da dire era che aveva sufficienti indizi di colpevolezza. Mi sembrava di vivere un incubo terribile. Avevo assistito a maltrattamenti di animali e li avevo denunciati, ero salita su un aereo ed ero andata in Colorado per facilitare l’azione legale contro gli altri tre dipendenti, ed ora mi trovavo io stessa ad essere indagata di un reato.
L’aspetto più frustrante, tuttavia, consisteva nel fatto che, contro il management dell’azienda Quanah, che aveva degli obblighi in questa vicenda, e che, con l’insufficiente formazione e supervisione fornita ai suoi dipendenti di fatto permise che i maltrattamenti venissero compiuti, non sarebbe stata presa alcuna misura. Credo che ciò veramente riveli quali fossero le reali intenzioni dello Sceriffo.

WP: Le accuse sono in parte basate sul fatto che la denuncia dei maltrattamenti non era stata sporta subito. Puoi spiegare per quali motivi è importante, per chi svolge l’indagine, raccogliere prove dopo che vengono osservati i primi episodi di maltrattamenti?
RADIG: Uno degli aspetti più importanti di un’indagine è stabilire la reiterazione dei maltrattamenti, in modo da poter dimostrare alla magistratura che gli abusi documentati non costituiscono un episodio isolato. Se io avessi sporto denuncia immediatamente, come richiesto dallo Sceriffo di Weld, i maltrattamenti quotidiani subiti dagli animali di Quanah sarebbero sicuramente stati minimizzati e non presi in considerazione seriamente. E’ importante notare che, nonostante ciò che fu suggerito dallo Sceriffo di Weld, non c’è assolutamente alcun obbligo legale, nello stato del Colorado, di rivolgersi alle autorità con prove di maltrattamenti di animali, e tanto meno esistono obblighi di denuncia entro termini di tempo specifici. Inoltre, credo valga la pena di menzionare che nella la mia notifica di indagine si dice che il mio “reato” fu compiuto precisamente nel periodo di tempo compreso fra il primo e l’ultimo giorno del mio impiego a Quanah. Mi pare che risulti evidente da ciò che quello che dava loro fastidio è che io indossassi una telecamera nascosta.

WP: Quali sono le possibili conseguenze di questa vicenda per te, dal punto di vista personale e professionale?
RADIG: Uno degli aspetti più dolorosi di questa situazione per me, personalmente, è sapere che la mia carriera come reporter sotto copertura è finita. Non volevo che la mia identità venisse resa pubblica perché non si trattava di una vicenda che riguardava me, ma si trattava di scoprire e punire reati di maltrattamento di animali.
Tuttavia, nonostante le nostre ripetute richieste di trattare il mio caso con riservatezza e proteggere la mia identità (almeno nei primi tempi), le autorità mandarono la mia foto segnaletica a oltre cento emittenti televisive e giornali, e misero la mia faccia dovunque venisse loro in mente. La mia foto segnaletica è anche nella pagina Facebook dello Sceriffo della contea di Weld, senza alcuna menzione degli altri tre dipendenti che furono indagati, o di altri arresti più recenti.
Ora sto studiando, e sono alla fine del mio corso di laurea in filosofia e studi biblici. Se venissi condannata nella stessa maniera illegale così come sono stata indagata, potrei passare il mio ultimo semestre di università in cella. Inoltre, mi troverei a dover spiegare la condanna per maltrattamenti di animali ad eventuali datori di lavoro, dal momento che tale condanna comparirà nella mia fedina penale.
Ad ogni modo, io so che tutto ciò che ho fatto era nel rispetto della legge, e noi non accetteremo passivamente una sentenza di condanna. L’opinione pubblica ha espresso indignazione per le accuse che mi sono state fatte, soprattutto in Colorado. Voglio che tutti vedano ciò che ho visto io, così che tutti noi, come consumatori, possiamo iniziare a fare delle scelte più informate. Dopo avere interagito con molti di quegli animali durante quella indagine, e dopo aver assistito a un gran numero di abusi, non credo ci sia nulla che mi impedirà di continuare ad adoperarmi affinché tali animali vengano trattati in modo migliore.

WP: Chiaramente la tendenza del settore è ora quella di mettere a tacere gli informatori, ad esempio avvalendosi di leggi-bavaglio. Qual’é, secondo te, la motivazione che sta dietro questa azione legale? Quale è il messaggio che viene trasmesso (senza successo)?
RADIG: Il modo in cui sono stata messa sotto indagine, e altri aspetto di come questo caso è stato trattato, ci fa pensare che le accuse che mi sono state fatte abbiano assolutamente una motivazione politica.
Proprio recentemente, John Cooke [Sceriffo di Weld n.d.r.] è stato criticato per aver scelto di non applicare neppure lievi misure contro l’uso delle armi da fuoco, dal momento che si sarebbe creato un conflitto con le sue idee personali sul Secondo Emendamento, nonostante applicare le leggi fosse il suo mestiere, come anche egli stesso promise nel giuramento prestato all’inizio del suo mandato. Sembra che, in generale, [lo Sceriffo] applichi le leggi solamente se sono conformi alle sue vedute politiche, il che è preoccupante, data la posizione di potere in cui si trova. Di fatto, vuole ancora più potere, ed è in corsa per governatore dello stato del Colorado.
Tutti gli aspetti della mia indagine sotto copertura erano legali. Detto questo, ci vuole molto tempo per sviluppare casi legali che possano sfociare in un’azione legale vincente. La loro motivazione riguardo le accuse fattemi sono in relazione alla denuncia obbligatoria, che costituisce un obbligo in senso legale in Colorado. Tuttavia, gli obblighi di denuncia veri e propri contenuti nelle “leggi bavaglio”, hanno lo scopo di rendere illegali le indagini sotto copertura. Questa è una minaccia contro il diritto dei consumatori di sapere, e continuerà a nascondere la crudeltà e i maltrattamenti quotidiani del settore agroindustriale e degli allevamenti. La loro missione pare essere questa: tenere nascosti dagli occhi dell’opinione pubblica gli atti di crudeltà contro gli animali. Se tali pratiche, che sollevano voci di protesta dall’opinione pubblica quando vengono portate all’attenzione pubblica, rimangono nascoste, nessuno verrà mai a mettere in dubbio il modo in cui tali allevamenti vengono gestiti. I maltrattamenti che sono stati portati alla luce da tali indagini sotto copertura sono estremamente difficili, se non impossibili, da rilevare in un’ispezione di routine. Questo è il motivo per cui è importante difendere le indagini sotto copertura da tali leggi bavaglio.