Le percentuali della morte. I numeri dell’industria della pellicceria in Italia


Simone Montuschi
Presidente

Nel febbraio 2011 la PAMBIANCO Strategie di Impresa (società specializzata in ricerche di mercato) ha reso nota una ricerca “La Pellicceria in Italia nel 2010 – Produzione, Distribuzione e Consumo – Caratteristiche ed evoluzione del settore” condotta per conto dell’AIP (Associazione Italiana Pellicceria) circa le caratteristiche e l’andamento del settore pelliccia in Italia negli anni 2009 (concluso), 2010 (stimato) e 2011 (previsioni).

La metodologia di ricerca è quella del questionario (83 compilati da operatori del settore), dell’analisi dei bilanci di 121 aziende, di ricerche di mercato e banche dati, un campione che rappresenta il 75% del valore della produzione nazionale. L’anno 2008 e ancor più il 2009 hanno segnato un forte calo della produzione italiana di pellicce, così anche se il 2010 ha registrato un aumento del 18%, non è stato sufficiente a colmare il calo degli anni precedenti. Il valore all’ingrosso (wholesale) della pellicceria è stato di 785 milioni di euro, un aumento del 16% rispetto al 2009. Per il 2011 si prevede un ulteriore incremento del 7%. Il valore al dettaglio (retail) è aumentato del 15%, raggiungendo i 1.489 milioni di euro. Questo incremento di produzione ha riguardato soprattutto i marchi di pellicceria (+4%), le griffe hanno registrato una diminuzione contenuta e si prevede una crescita percentuale del 12%, mentre i marchi di abbigliamento sono ancora in calo. La concia e la confezione sono principalmente effettuate in Italia (70% sul globale) e hanno registrato un calo del 2% rispetto al 2009. A livello territoriale, è diminuita l’incidenza del fatturato di tutti i distretti ad eccezione del Veneto che segna un aumento dell’11%. Per quanto riguarda le esportazioni, sono aumentate del 34% grazie alla forte ripresa di Russia e Stati Uniti. Le importazioni segnano un aumento del 55% e vedono in testa Cina e Francia che rappresentano il 77% del totale. Il settore pellicceria ha rappresentato, nel 2010, il 2,8% del consumo di abbigliamento in Italia, aumentando del 16% rispetto al 2010. L’abbigliamento in pelle rappresenta l’1,7% del consumo totale e registra una diminuzione dell’8%. Il consumo di pelletteria è aumentato del 9%. Nel 2010 è aumentato (+16%) il valore del consumo di pellicceria in Italia, le previsioni per il 2011 sono di un’ulteriore incremento dell’8%. I capi più venduti sono la pelliccia corta (57%), seguita da quella lunga (18%), mentre accessori, stole e inserti occupano una piccola porzione, quì si parla della produzione di inserti provenienti da animali allevati in Italia. Nel 2010 i negozi di abbigliamento moda sono stati il canale distributivo principale (50%), seguiti dai negozi specialisti di pellicceria (33%) e dalla grande distribuzione (17%). Si prevede per il 2011 un aumento dell’utilizzo della pellicceria nelle griffe e quindi un incremento dell’incidenza dei negozi di moda a discapito degli specialisti e della grande distribuzione. Trattare un argomento dal punto di vista di statistiche, numeri e percentuali è quanto concerne alla Pambianco. Richiedere una ricerca del genere è quanto interessa all’AIP in termini di interessi economici. Riportare e analizzare questo documento dal punto di vista etico, è quanto interessa a chi riconosce agli animali non umani la qualità di individui che dovrebbero godere di libertà in quanto tali. Il benessere animale che tanto viene celebrato da allevatori e operatori del settore, è ben riassunto in questa frase estrapolata dal sito dell’AIP: “Gli animali devono essere trattati bene quando sono vivi, e devono essere abbattuti nel modo più adeguato. Questo vale per tutti gli animali.” Condurre una vita innaturale all’interno di una gabbia, vedere solo attraverso la rete uno spiraglio di libertà irraggiungibile, non avere la possibilità di socializzare, accoppiarsi, svagarsi e nutrirsi secondo i propri ritmi… questa è la non-vita cui l’essere umano condanna gli animali non umani perché di un’altra specie. Specismo significa proprio considerali inferiori perché diversi da noi, non degni di rispetto perchè incapaci di ribellarsi e quindi relegati alla qualifica di merce di cui usufruire a piacimento, secondo le richieste di mercato, del trend del momento… nessun riguardo per le loro esigenze in qualità di individui. Le scusanti dietro cui si nasconde questa mentalità specista sono tante e più o meno plausibili. C’è un dato di fatto che però fa crollare questa piramide di sfruttamento. Il fatto che gli animali non umani hanno lo stesso istinto alla sopravvivenza che abbiamo noi, provano sentimenti, hanno una propria individualità e soprattutto hanno lo stesso diritto a vivere in libertà di cui godiamo noi in quanto esseri viventi di questo pianeta.