12 conigli riscattati da un allevamento intensivo

Scritto il 22 agosto 2012

12 CONIGLI RISCATTATI DA UN ALLEVAMENTO INTENSIVO

Nei primi giorni di maggio attivisti di Essere Animali hanno liberato dodici conigli destinati alla produzione di carne e documentato l’angoscia della loro reclusione quotidiana.
Quello che accade ogni giorno negli allevamenti di conigli da carne è un dramma di cui pochi sono a conoscenza.

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Il coniglio è un animale per natura schivo e timoroso, molto suscettibile ai rumori, allo stress e alla presenza umana. Il loro destino all’interno degli allevamenti è per questo tanto più traumatico: costretti a migliaia in interminabili file di gabbie, ammassati l’uno sull’altro, privati della possibilità di fare un balzo. Piccoli oggetti da ingrasso, costretti a due o tre mesi di sofferenza e poi macellati. Per gli allevatori, i cuccioli di coniglio di poco più di due mesi di vita non hanno nessun valore oltre quell’euro e sessanta centesimi che si incassa dalla vendita della loro carne: pochi spiccioli che segnano il confine tra la vita e la morte.  Nonostante lo scarso valore che l’industria alimentare attribuisce al singolo individuo, la cunicoltura è un’attività estremamente redditizia.

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I grandi allevamenti come quello che abbiamo visitato infatti, imprigionano diverse migliaia di animali e inviano alla macellazione fino a sei cicli l’anno. Le femmine riproduttrici vengono tenute costantemente incinte, inseminate artificialmente e costrette ad un parto dopo l’altro fino al calo produttivo che significa per loro la morte.

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Questo sistema industriale pone molte attenzioni sulla moltitudine, sulla gestione quanto più automatizzata possibile di un numero elevato di animali, ma nessuna considerazione per l’individuo. Un esempio di questa concezione lo si trova nelle immagini conclusive di questo video. Alcuni conigli, fuggiti in qualche modo dalla gabbia sopravvivono intrappolati all’interno del capannone, cibandosi del mangime caduto dal sistema di alimentazione automatico o delle feci dei loro compagni e scavando gallerie nei cumuli di deiezioni sottostanti le gabbie. Per l’allevatore non valgono nemmeno la fatica di catturarli nuovamente e rinchiuderli in gabbia, sono perdite minime calcolate, condannati a morire di malattia, di infezioni o di stenti.
Il nostro lavoro di indagine si incentra sullo sforzo di documentare quello che succede dentro le mura degli allevamenti, di testimoniare la sofferenza animali, quanto più possibile mostrando il loro punto di vista. Questo è tutt’altro che facile perché la realtà di questi lager va sempre oltre la nostra capacità di immaginazione, e capire cosa significa vivere chiusi in una gabbia dalla nascita ci è forse impossibile. Ma ciò che è più difficile in un lavoro di investigazione, è sempre uscire da questi posti e chiudere dietro di sé la porta. Sapere che per quegli individui domani sarà un altro giorno di angoscia e paura.
Questa volta abbiamo deciso di aprire le loro gabbie e portarne fuori con noi dodici di loro.
Come per gran parte degli allevamenti dell’industria alimentare entrare in questi capannoni è facile come girare una maniglia. Altrettanto facile è prendere alcuni fortunati dalle migliaia di gabbie e portarli fuori a scoprire per la prima volta l’aria, il cielo e la terra.

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Meno semplice è trovare una casa per questi fragili animali e assicurare loro una vita felice, poiché incapaci di sopravvivere senza cure costanti e attenzioni giornaliere. Questi conigli sono selezionati per produrre carne: ciò significa che di generazione in generazione hanno vissuto praticamente nell’immobilità e abituati al mangime industriale.
Questi piccoli individui, biologicamente inadatti alla vita perché programmati per la morte, hanno di conseguenza muscoli e scheletro spesso malformati o non sviluppati, da non riuscire quasi a spiccare il primo balzo fuori dalla gabbia apparato digerente dipendente dal mangime artificiale e quasi incapace di digerire l’erba, le verdure, le naturali componenti della sua dieta. Per fortuna, nonostante tutto, c’è qualcuno che d’ora in avanti si occuperà di loro conducendoli, mano nella zampa, verso la vita libera.
La cosa più difficile, ancora una volta, è però uscire da quella porta, insieme a dodici di loro, ma migliaia dietro le spalle.
Individui condannati ad una vita misera e piena di sofferenza per cui però solo apparentemente non possiamo fare nulla.
Anche se non possiamo liberarli fisicamente tutti, possiamo comunque scegliere di diventare vegan e diffondere un messaggio di rispetto verso le altre specie animali.